L’Afghanistan è una prigione a cielo aperto, e la mente delle donne l’ultimo campo di battaglia

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La stanza in cui Maryam Majidi ascolta il dolore altrui è probabilmente spoglia, forse illuminata a tratti quando la corrente elettrica, a Kabul, decide di tornare a fluire nei cavi sfilacciati di una città stremata. Lei, venticinque anni compiuti in un Paese che per le donne ha cancellato il futuro, deve aspettare che il fratello più piccolo salti le lezioni per poter uscire di casa: lui è il suo mahram, l’accompagnatore maschio che i talebani impongono perché una donna possa semplicemente camminare per strada e recarsi al lavoro -2. Una liberta condizionata, quella di Maryam, che la trasforma in un’eccezione statistica in un Afghanistan dove il tasso di disoccupazione galoppa al quaranta per cento e dove il lavoro femminile, nella stragrande maggioranza dei casi, è stato semplicemente abolito per decreto -2. Psicologa, un Titolo che è riuscita a strappare agli studi completati giusto in tempo prima della presa del potere dell’agosto 2021, oggi opera per un ente del terzo settore italiano, Nove Caring Humans, e le sue pazienti sono tutte donne: vedove, madri, ragazze cresciute in orfanotrofio, vittime di un sistema che considera la salute mentale femminile un lusso inutile se non, addirittura, un sospetto germe di ribellione da estirpare -2-6.

Il peso di ascoltare storie di violenza in un Paese che ha reso la violenza una norma

Maryam racconta di un’esistenza professionale condotta al limite dell’esaurimento nervoso, il cosiddetto burn out, perché non è semplice farsi carico ogni giorno della disperazione altrui quando la propria libertà è appesa al filo precario di un permesso di transito o alla buona volontà di un familiare -2. Le donne che incontra, nei colloqui che si svolgono spesso in condizioni di precarietà tecnica a causa delle continue interruzioni di elettricità che impediscono persino di ricaricare il telefono, sono per lo più capofamiglia -2. Portano sulle spalle il peso di violenze fisiche e psicologiche, la responsabilità di figli da nutrire in un’economia di sussistenza e l’umiliazione quotidiana di essere considerate cittadine di serie B. Una delle sue storie, tra le tante, è quella di una giovane donna rimasta vedova dopo anni di percosse da un marito tossicodipendente: una volta libera, paradossalmente, aveva iniziato a replicare quei comportamenti violenti sulle proprie figlie, in un ciclo di dolore che solo un ascolto profondo e non giudicante è riuscito a interrompere, facendole capire che la violenza subita non doveva diventare l’unico linguaggio conosciuto per relazionarsi con il mondo -2.

L’istruzione negata e quei quaderni rimasti a metà

Fuori da quello studio improvvisato, la realtà afghana scorre via lenta e inesorabile come un fiume carsico che ha inghiottito ogni speranza per le generazioni future. La giornalista e attivista Rahel Saya, che dall’Italia segue le sorti delle connazionali rimaste a Kabul, evita accuratamente di parlare di numeri quando affronta il tema delle scuole chiuse alle bambine -3. Pensa ai volti, dice, pensa a quelle ragazze che avevano sogni semplici ma concreti – fare le mediche, le insegnanti, le avvocatesse – e che ora si ritrovano con quaderni incompiuti e uniformi appese nell’armadio, simboli muti di un’esistenza sospesa -3. Vietare l’istruzione secondaria e universitaria, come i talebani hanno fatto senza tentennamenti, non significa solo impedire di studiare, significa spezzare alla radice la fiducia nel domani, condannare un intero Paese all’ignoranza e alla dipendenza, e privare il sistema sanitario, dove la mortalità materna è già tra le più alte al mondo, di future dottoresse e ostetriche -3.

Un nuovo codice penale che legalizza l’apartheid di genere

A rendere ancora più cupo il quadro, a gennaio di quest’anno il governo talebano ha messo nero su bianco un nuovo Regolamento di Procedura Penale, firmato dalla massima autorità religiosa, che di fatto codifica la disparità tra i sessi e persino tra le classi sociali -4. Le disposizioni contenute nel testo sono agghiaccianti nella loro cruda chiarezza: un uomo che picchia ripetutamente la moglie rischia al massimo quindici giorni di reclusione, mentre organizzare un combattimento tra galli può costare fino a cinque mesi di carcere -3-4. Un paradosso giuridico che la premi Nobel Malala Yousafzai non ha esitato a definire la formalizzazione legale dell’“apartheid di genere” -4. I mullah e gli appartenenti all’aristocrazia locale, secondo le prime analisi di esperti internazionali, godrebbero inoltre di pene più lievi rispetto ai comuni cittadini, un sistema che cristallizza i privilegi di casta e umilia ulteriormente la popolazione femminile, già ridotta al silenzio e all’obbedienza -4. Il diritto, in Afghanistan, sembra essersi trasformato in un’arma di sopraffazione piuttosto che in uno strumento di tutela.

La resistenza silenziosa di chi si rifiuta di spegnere la mente

Eppure, nonostante il regime abbia tentato di spegnere qualsiasi voce dissonante – chiudendo le radio delle donne, arrestando le giornaliste, impedendo alle cantanti di esibirsi – qualcosa continua a vibrare sotto la cenere -3. Lo testimonia Maryam Majidi quando racconta delle sue sedute con le orfane di Future Hope, l’unico istituto femminile della capitale, dove bambine cresciute in stanze anguste e madri violate cercano di ricostruire un’identità attraverso il disegno, la musica, la parola -2-6. Una ragazzina, cresciuta in una famiglia dove il padre faceva uso di droghe e dove il cibo scarseggiava, è stata affidata all’orfanotrofio dalla madre per garantirle almeno i bisogni primari; nonostante tutto, confida a Maryam di sognare ancora un futuro migliore e di voler condividere la sua storia di resilienza con altri bambini -2. Ed è proprio questa ostinazione, questa incapacità di arrendersi all’oscurità, che trasforma il lavoro di Maryam da semplice professione in missione. Perché se i talebani possono controllare le strade, imporre il burqa, chiudere le aule, non possono del tutto sigillare le menti: e lì, in quello spazio interiore che nessuna polizia religiosa può perquisire, le donne afghane continuano a imparare, a sperare, a resistere. Come dice Rahel Saya, puoi chiudere una scuola, ma non puoi chiudere del tutto la mente di chi vuole imparare -3.

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