Il funerale di Patrizia De Blanck tra le lacrime di Giada e l’eredità solidale della “contessa del popolo”
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Giovedì mattina, nella chiesa della Gran Madre di Dio a Ponte Milvio, l’ultimo saluto a Patrizia De Blanck ha assunto i contorni di un abbraccio corale che neppure la figlia Giada, la persona che più di ogni altra le era stata accanto fino all’ultimo respiro, si sentiva di attendersi. Erano circa cento, forse più, i volti noti e quelli sconosciuti radunati sotto le volte della parrocchia romana; e tra questi, accanto a Carmen di Pietro e al conduttore Beppe Convertini, c’era chi alla contessa era legato da una frequentazione televisiva e chi, invece, dal ricordo di una schiettezza che in molti, a posteriori, hanno imparato a rimpiangere. Giada, varcando la soglia e stringendo tra sé il dolore di una figlia che aveva promesso di «vivere per due», ha ripetuto la frase che più di ogni altra ha scavato il solco emotivo della cerimonia: la paura più grande di Patrizia, le aveva confidato la madre, era che rimanesse sola. E invece, ha detto tra le lacrime, quell’amore che non si aspettava si è materializzato in una folla silenziosa disposta a onorare non solo la nobildonna, ma la donna.
Non vi sono stati, dinanzi all’altare, gli eccessi di florovivaismo che talvolta accompagnano gli addii delle celebrità. Giada De Blanck, infatti, aveva scelto di attenersi con rigore a quelle che erano state le indicazioni della madre, la quale – per come riferito dalla stessa figlia nei giorni precedenti attraverso i suoi canali social – avrebbe preferito un funerale «semplice», scevro da orpelli e sovrastrutture. Ecco allora che, all’esterno del luogo di culto, è stato allestito un corner per la raccolta di donazioni destinate a un’associazione impegnata nella lotta ai tumori alle ossa nei bambini: un gesto filantropico che ha sostituito il tripudio di petali e corone, e che di Patrizia De Blanck ha voluto restituire il lato meno patinato eppure più autentico. Chi lo desiderava poteva comunque portare un fiore, ma la volontà espressa era chiara: meglio un’opera di bene che il fasto sterile del lutto mondano.
Di quella schiettezza che ne ha fatto un personaggio amatino e contestato, talvolta deriso eppure mai ignorato, si è parlato molto nei giorni immediatamente successivi alla scomparsa. Qualcuno, tra gli amici intervenuti ai microfoni nelle varie trasmissioni di cordoglio, ha ricordato quando la contessa – in piena diretta televisiva – mandava senza troppi giri di parole gli interlocutori a quel paese, salvo poi dimostrare una lealtà di fondo che pochi, nei salotti patinati, potevano vantare. È quella stessa sincerità che Giada ha voluto evocare nelle parole affidate ai social, dove ha descritto la madre come «libera» e «semplice» nonostante il Titolo e le apparenze, capace di attrarre l’affetto persino di coloro che un tempo la criticavano. Il corteo funebre, in questo senso, ha rappresentato la summa visibile di una carriera trascorsa davanti alle telecamere e di una vita privata costellata da vicende giudiziarie e passioni travolgenti, dall’omicidio dell’amante Farouk El Chourbagi nel 1964 al matrimonio lampo con il baronetto inglese trovato a letto con un uomo.
La malattia, il silenzio e il testamento di affetto della figlia
Se la cerimonia ha avuto il merito di ricomporre pubblicamente il mosaico di un’esistenza complessa, è però sul versante privato che si è consumato il dramma più intimo. Giada De Blanck, infatti, aveva scelto di non rendere note le condizioni della madre durante la malattia, descritta poi come «devastante», affrontando il calvario lontana dai riflettori e proteggendo Patrizia dall’assedio mediatico. Nel post con cui ne aveva annunciato la scomparsa, la figlia aveva usato toni talmente laceranti da far intendere quanto il legame tra le due eccedesse la normale dialettica materno-filiale: «Avevamo un rapporto stupendo – aveva scritto – era la mia migliore amica, il mio punto di riferimento, la mia vita». Parole che oggi, alla luce del funerale, acquistano il peso di un testamento spirituale.
Il patrimonio immobiliare e le perdite dinastiche
Parallelamente al rito religioso, ma in una dimensione più fredda e patrimoniale, si è aperta la questione dell’eredità materiale lasciata dalla nobildonna. Sebbene non vi siano ancora atti ufficiali circa le disposizioni testamentarie, appare scontato che l’intero asse ereditario – comprensivo della residenza romana progettata dall’architetto Sandro Petti e finemente arredata con mobili di pregio – confluirà alla figlia. Il patrimonio, va detto, non è più quello dei tempi d’oro: la confisca dei beni del padre ambasciatore a opera del regime castrista, infatti, aveva già depauperato la famiglia di vaste proprietà cubane. Restano, a testimonianza di un blasone che fu, la memoria del palazzo veneziano Ca’ Dario – mai posseduto dalla contessa ma legato ai suoi antenati materni – e il racconto di una nobiltà ormai tramontata, di cui Patrizia De Blanck è stata, suo malgrado, l’ultima e più ribelle vestale.
L’assenza dei fiori e la presenza del popolo
All’uscita dalla chiesa, mentre il feretro lasciava Ponte Milvio, i presenti hanno continuato a sostare a lungo. Molti, dinanzi al corner delle donazioni, hanno scelto di contribuire alla ricerca sui tumori ossei pediatrici, trasformando il cordoglio in un meccanismo virtuoso di solidarietà. E forse è proprio in questa scelta, voluta da Patrizia e calibrata da Giada, che si cela l’epitaffio più calzante per colei che si autodefiniva «contessa del popolo»: un popolo che non le ha fatto mancare l’ultimo applauso, né il conforto di una presenza che la figlia, fino alla vigilia, credeva di dover affrontare in solitudine.




