Trump e quella tentazione di uscire dalla Nato: l’Alleanza è in mano al Congresso
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Redazione Esteri
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La lunga teoria delle minacce, che aveva segnato a fuoco il primo mandato di Donald Trump, sembrava essersi trasformata in una pratica di distensione. E invece, nel discorso alla nazione di ieri, il presidente americano ha riacceso i riflettori sulla sua posizione più ambigua: il rapporto con la Nato. Molti osservatori, va detto, si aspettavano le solite invettive contro gli alleati europei, magari condite dalla consueta irritazione per la crisi nello Stretto di Hormuz o per la gestione del conflitto in Iran. Invece, Trump è apparso meno abrasivo del solito, quasi trattenuto, anche se non sono mancate alcune stilettate – velenose a modo loro – indirizzate al presidente francese, Emmanuel Macron, e al premier britannico, Keir Starmer. La sostanza, però, è che l’idea di un abbandono unilaterale del Patto Atlantico torna a circolare con insistenza negli ambienti diplomatici della capitale.
Ma può veramente un presidente, per quanto dotato di poteri esecutivi ampliati, decidere di stracciare un trattato fondativo della sicurezza occidentale come se fosse un foglio di carta straccia? La risposta, per come è strutturato l’ordinamento statunitense, è negativa. A legare le mani alla Casa Bianca ci ha pensato il Congresso, che nel 2023 ha approvato una legge specifica – inserita nel National Defense Authorization Act – la quale stabilisce che per uscire dalla Nato serve l’approvazione di due terzi del Senato o un atto formale del Congresso stesso. Si tratta di una barriera legale imponente, considerando che una risoluzione del genere dovrebbe superare un ostacolo parlamentare che, dati i numeri attuali dell’aula, appare quanto meno improbo. Ecco perché, se da un lato le parole di Trump alimentano l’instabilità, dall’altro il destino dell’Alleanza sembra affidato più a un braccio di ferro istituzionale che a un vero e proprio divorzio.
L’origine di questa nuova, ennesima, crisi di fiducia è tutta nella guerra in Iran e nel rifiuto di molti partner europei – Francia e Gran Bretagna su tutti – di partecipare militarmente alle operazioni per liberare lo Stretto di Hormuz. Trump non ha digerito quella che considera una defezione; e anzi, in più di un’occasione, ha definito l’Alleanza una “paper tiger”. Ma mentre il presidente alza la voce, il segretario generale della Nato, Mark Rutte, si prepara a volare a Washington per tentare una mediazione. La visita, in programma dall’8 al 12 aprile, prevede un faccia a faccia cruciale con Trump, ma anche incontri con il segretario di Stato, Marco Rubio, e con il segretario alla Guerra, Pete Hegseth. Un viaggio, questo, descritto dalla Nato come “pianificato da tempo”, ma che assume i contorni di una missione di salvataggio per un’alleanza che appare sempre più divisa.
La legge come scudo e le crepe nel pilastro europeo
A voler essere precisi, la tensione attuale non mette soltanto a rischio la tenuta del Patto Atlantico, ma sta già producendo un cambiamento irreversibile nella percezione che i cittadini e i governi europei hanno della loro sicurezza. Di fronte alla prospettiva – reale o percepita che sia – di un disimpegno americano, alcuni paesi hanno iniziato a guardare oltre. La Francia, ad esempio, ha già proposto di estendere il proprio ombrello nucleare a protezione dei partner europei, un’iniziativa accolta con favore dalla Germania, la quale non ha mai nascosto un certo timore reverenziale nell’ipotizzare una difesa “senza” gli Stati Uniti. Si tratta di un cambiamento profondo, quasi epocale, se si considera che da decenni la sicurezza del Vecchio Continente poggiava in larga parte sulla potenza di fuoco e sulla volontà politica di Washington.
Nonostante le rassicurazioni dei senatori americani – alcuni dei quali, come la democratica Jeanne Shaheen e il repubblicano Thom Tillis, hanno ribadito che “il Congresso non permetterà il ritiro dalla Nato” – la fiducia è ai minimi storici. L’inerzia europea di fronte alla richiesta di intervenire in Iran non è solo un atto di disobbedienza; è il sintomo di una divergenza strategica che rischia di rendere la Nato un organismo paralizzato. Anche solo l’ipotesi che il comandante in capo possa decidere, formalmente restando nell’Alleanza, di non inviare truppe in soccorso di un alleato attaccato (un’eventualità prevista dall’articolo 5), basta a minare la credibilità dell’intera impalcatura difensiva.
L’agenda di Rutte e il peso del Gruppo Bilderberg
L’intensa agenda che attende Mark Rutte a Washington è un concentrato di diplomazia ad alto rischio. L’8 aprile, il faccia a faccia alla Casa Bianca con Donald Trump sarà il momento clou, ma non l’unico: sono previsti colloqui con Rubio e Hegseth, quest’ultimo figura centrale in un momento in cui il Pentagono viene chiamato a gestire una guerra su due fronti, quello mediorientale e quello della coesione interna all’Alleanza. Due giorni dopo, il 9 aprile, Rutte terrà un discorso e parteciperà a una discussione organizzata dalla Ronald Reagan Presidential Foundation Institute – un palcoscenico simbolico, se si considera che Reagan è considerato il padre spirituale della vittoria nella Guerra Fredda.
Ma c’è un altro appuntamento, meno pubblicizzato ma forse altrettanto decisivo, che chiuderà la missione americana del segretario generale: dal 10 al 12 aprile, Rutte prenderà parte alla riunione del Gruppo Bilderberg. Un contesto informale, quello della celebre conferenza riservata, dove spesso i nodi più intricati della geopolitica vengono sciolti lontano dai riflettori e dai flash dei fotografi. Sarà l’occasione, per l’olandese, per tastare il polso non solo all’amministrazione, ma anche a quelle élite economiche e finanziarie che tradizionalmente influenzano le scelte di politica estera americana. L’esito di questi colloqui, va da sé, determinerà se la minaccia di Trump rimarrà una suggestione retorica o se si trasformerà in una frattura insanabile per l’Occidente.




