Il caso del “patentino antifascista” a Più libri più liberi e la replica di Meloni
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Redazione Interno
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"Oggi Giorgia Meloni ha scritto una cosa molto grave, definendo ‘censura’ il patentino antifascista per la fiera dell’editoria di Roma. Altroché censura: se non puoi dichiararti antifascista, sei fascista. Meloni dovrebbe rendersene conto". Lo afferma, in una nota, Francesca Druetti, segretaria di Possibile, intervenuta a Reggio Emilia durante ‘Politicamp’, la festa nazionale del movimento tenutasi nello scorso weekend. La presidente del Consiglio, domenica mattina, ha scelto il suo terreno di scontro, puntando il dito contro la fiera della piccola e media editoria ‘Più libri più liberi’.
Il nervosismo, alimentato dalla lettura delle notizie sui giornali, si è concretizzato in un post su X nel quale la premier ironizzava sulla presunta necessità, per le case editrici partecipanti all’evento, di ottenere un "patentino antifascista".
La difesa del requisito costituzionale
La prima reazione alle dichiarazioni di Palazzo Chigi è arrivata da Annamaria Malato, presidente della Fiera romana, la quale si è detta stupita parlando di un «fraintendimento» ma senza alcuna intenzione di arretrare. La Malato ha infatti chiarito che la richiesta rivolta agli editori – ovvero firmare una dichiarazione di adesione ai valori costituzionali e antifascisti – non costituisce una forma di censura, bensì l’applicazione di un principio cardine del nostro ordinamento.
In realtà, come emerge dalla documentazione inviata agli espositori, la novità sarebbe stata introdotta a seguito delle polemiche dello scorso anno, quando la partecipazione della casa editrice di ispirazione neofascista ‘Passaggio al Bosco’ (nota per i suoi testi sui totalitarismi e su figure come Léon Degrelle) aveva innescato proteste e la richiesta di criteri di selezione più stringenti da parte di autori e addetti ai lavori.
La competizione interna alla destra
L’affondo di Giorgia Meloni non avviene però in un vuoto politico, bensì in un contesto di acceso confronto all’interno della sua stessa area di riferimento. L’ombra del generale Roberto Vannacci, e del suo linguaggio che richiama termini come “camerati” e la triade “Dio, patria e famiglia”, è diventata ingombrante per una destra di governo che deve bilanciare le istanze istituzionali con la necessità di mantenere il consenso di un elettorato più radicale.
Proprio mentre si svolgeva l’assemblea costituente del movimento di Vannacci, la premier è intervenuta sul tema dell’antifascismo, cercando probabilmente di intercettare quel sentimento identitario che altrimenti fluirebbe verso il generale. Non a caso, lo stesso Vannacci ha prontamente espresso solidarietà alla presidente del Consiglio, sostenendo che «in un paese dove la libertà di espressione è nella Costituzione, questa non deve essere soggetta ad alcun patentino».
L’accusa di volgere lo sguardo altrove
Le opposizioni, da parte loro, hanno letto la vicenda come l’ennesima prova di una deriva identitaria del governo. Nicola Fratoianni di Alleanza Verdi e Sinistra ha sottolineato come dichiararsi antifascisti «non voglia dire censurare qualcun altro, ma rispettare i valori della Costituzione», accusando Meloni di confermare di non esserlo.
Ancora più duro il co-portavoce di Europa Verde, Angelo Bonelli, il quale ha ricordato come il post della premier arrivi a ridosso di una manifestazione di estrema destra a Roma – organizzata da sigle come CasaPound – durante la quale sono risuonati slogan inquietanti come “l’antifascismo è mafia” e “viva il Duce”. Di fronte a quei fatti, secondo Bonelli, Meloni non ha speso una parola di condanna, limitandosi invece a difendere «chi non vuole sottoscrivere una dichiarazione antifascista per partecipare a una fiera dell’editoria».
Druetti di Possibile, infine, ha lanciato una provocazione: «Dovremmo chiedere il patentino antifascista non solo per le fiere del libro, ma anche per chi si candida a guidare le istituzioni del paese».




