Il “patentino antifascista” per gli editori a Roma? Meloni parla di censura

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Roma si appresta ad ospitare, tra i padiglioni della Nuvola all’Eur, la venticinquesima edizione di “Più libri più liberi”, la manifestazione dedicata alla piccola e media editoria che, puntualmente, si tinge quest’anno di una polemica destinata a infiammare il dibattito politico ben oltre i confini del quartiere fieristico.

A sollevare il caso, con la consueta enfasi mediatica che contraddistingue il suo agire comunicativo, è stata direttamente la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, la quale, attraverso un post pubblicato sul suo profilo social, ha duramente contestato la decisione organizzativa di richiedere alle case editrici espositrici la sottoscrizione di una dichiarazione di antifascismo.

Secondo quanto scrive la premier, questa clausola, che lei non esita a definire un vero e proprio “patentino”, rappresenterebbe una forma inaccettabile di censura ideologica, attraverso la quale la sinistra, cito testualmente, stabilirebbe arbitrariamente cosa si possa o non si possa legittimamente pensare, dire o pubblicare.

La stretta dell’Aie e la replica della premier: il nodo della libertà di espressione

Nel mirino della presidente, che ha ripreso e amplificato un’indagine giornalistica pubblicata nei giorni scorsi, finisce il nuovo regolamento imposto dall’Associazione Italiana Editori (Aie) agli organizzatori della kermesse romana; un regolamento che, nella sua formulazione pratica, bloccherebbe l’inoltro della domanda di partecipazione – impedendo di fatto l’accesso agli spazi espositivi – a chiunque non abbia preventivamente “vistato” una clausola di impegno contro ogni forma di totalitarismo e apologia del fascismo.

“È così che la sinistra concepisce la libertà di pensiero”, ha tuonato Meloni, attaccando quella che lei percepisce come una censura mascherata da lotta alla propaganda neofascista; il suo ragionamento, stringente nella sua semplicità, equipara la richiesta di autocertificazione ideologica alla costruzione di una gabbia mentale, dove l’editore è libero di esprimersi solo a patto che il suo pensiero coincida con il pensiero unico dominante.

Da qui l’accusa esplicita, quella di una “cancellazione delle idee non di sinistra”, un “vecchio vizio” che, a suo dire, nulla avrebbe a che vedere con la difesa della democrazia e molto invece con l’intolleranza politica.

Le radici della discordia: il caso Passaggio al Bosco e il fantasma dello “zealous censorship”

Per comprendere le ragioni profonde di questa stretta, che ha dell’ironico se si considera il nome stesso della manifestazione (“Più libri più liberi”), occorre forse risalire alle turbolente giornate dell’edizione precedente, quando la semplice presenza della casa editrice “Passaggio al Bosco” scatenò la reazione indignata di un nutrito gruppo di intellettuali e scrittori.

Il catalogo di quella piccola realtà editoriale, come venne denunciato pubblicamente, si baserebbe in larga parte sull’esaltazione acritica di figure e momenti fondanti del pantheon nazifascista e antisemita, circostanza che generò un vespaio di proteste tali da costringere l’organizzazione a prendere posizione.

In questo clima di tensione, la scelta di introdurre l’autocertificazione per l’edizione 2026 nasce, secondo fonti vicine agli organizzatori, come un tentativo di fornire un argine giuridico a eventuali derive propagandistiche senza dover procedere a una discrezionale – e perciò opaca – espulsione caso per caso; proprio questo meccanismo di esclusione preventiva, sebbene i promotori lo presentino come un atto dovuto di rispetto verso la Carta costituzionale (che all’articolo 21 garantisce la libertà di manifestazione del pensiero, ma che nei suoi principi fondativi ripudia inequivocabilmente

Il Ventennio fascista), è ciò che la presidente del Consiglio ha bollato come un inaccettabile atto di censura.

Autocertificazione e soldi pubblici: un cortocircuito democratico?

Nel suo intervento, Meloni ha voluto inoltre sottolineare – senza mezzi termini – un ulteriore elemento di criticità, riguardante la natura pubblica dei finanziamenti che sostengono la manifestazione.

L’accusa di “censura”, nella ricostruzione della premier, assume una connotazione ancora più grave proprio alla luce del fatto che “Più libri più liberi” percepisce fondi statali; obbligare un editore a compilare un “curriculum ideologico” per poter accedere a uno spazio che, almeno in parte, viene pagato con le tasse di tutti i cittadini, rappresenterebbe – secondo la lettura di Palazzo Chigi – una stortura logica e politica difficilmente conciliabile con i principi di uno Stato liberale.

“Sei libero, ma solo se dici quello che loro ti permettono di dire”, ha ripetuto Meloni, insistendo sull’effetto pratico di questo meccanismo, che finirebbe per silenziare le voci sgradite non attraverso la forza bruta della legge, ma attraverso la più subdola arma dell’esclusione dal dibattito culturale finanziato dall’alto; una dinamica che, se applicata sistematicamente, rischierebbe di restringere pericolosamente gli spazi di quella dialettica politica che è, o dovrebbe essere, linfa vitale di ogni ordinamento democratico moderno.

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