Il nodo di Teheran e il fronte yemenita che attende il suo momento
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Redazione Esteri
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Gli sviluppi diplomatici tra Washington e Teheran, sebbene definiti "molto buoni" dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, sollevano in Israele una preoccupazione strategica di primo ordine, legata non tanto alla possibile firma di un accordo quanto alle sue conseguenze indirette sullo scacchiere regionale. L’ottimismo espresso da Trump, che ha parlato di un Iran apparentemente desideroso di concludere un negoziato e ha annunciato un nuovo incontro imminente, si scontra infatti con la valutazione dei vertici militari e dei servizi israeliani, i quali temono che un eventuale attacco americano contro la Repubblica Islamica potrebbe riaccendere, in modo fulmineo, un fronte considerato solo in parte sopito: quello dello Yemen.
La minaccia Houthi in caso di escalation
Secondo le analisi condotte a Gerusalemme, qualora gli Stati Uniti decidessero di colpire l’Iran, gli Houthi – il gruppo ribelle yemenita sostenuto da Teheran – riprenderebbero immediatamente le ostilità su larga scala. Non si tratterebbe, in quel caso, di semplici schermaglie ma di una campagna coordinata che avrebbe come obiettivo primario il territorio israeliano, colpito con l’invio di droni e missili, e come bersaglio secondario il traffico marittimo internazionale negli stretti cruciali tra Mar Rosso e Mar Arabico, con un’attenzione particolare verso gli interessi americani. Una riapertura del "fronte Houthi", che le forze di coalizione guidate dall'Arabia Saudita non sono riuscite a chiudere nonostante anni di conflitto, rappresenterebbe un moltiplicatore di minacce di difficile gestione, allargando il perimetro di una crisi che già oggi appare complessa.
La posizione israeliana e l’incontro Netanyahu-Trump
In questo contesto, l’incontro previsto tra il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente Trump assume un significato che va al di là della semplice consultazione di routine. Netanyahu, che si recherà a Washington come annunciato da una nota del suo ufficio, porterà sul tavolo le priorità di sicurezza nazionale israeliana, insistendo sul fatto che qualsiasi negoziato con Teheran non possa prescindere dall’imporre limitazioni stringenti al programma missilistico balistico iraniano e, soprattutto, dal porre fine al sostegno militare e finanziario che l’Iran garantisce ai suoi proxy regionali, tra cui appunto gli Houthi e altri gruppi. Una posizione, questa, che si delinea come un muro di contenimento rispetto alla possibile direzione dei colloqui, e che riflette la diffidenza israeliana verso gli intenti reali dell’Iran.
La confusione strategica e le mosse sul campo
Mentre la diplomazia procede tra dichiarazioni contraddittorie e l’annuncio di nuove sanzioni americane sul petrolio iraniano, accompagnato dall’invito ai cittadini statunitensi di lasciare il Paese o di mantenere un profilo bassissimo, lo scenario sul campo rimane volatile e carico di incognite. Le oscillazioni dell’amministrazione statunitense, la rigidità ideologica di Teheran e gli obiettivi divergenti degli attori in gioco contribuiscono a creare un quadro in cui la confusione sembra regnare sovrana, rendendo ardua qualsiasi previsione sull’esito finale. Resta il fatto che Israele si sta preparando allo scenario peggiore, consapevole che le dinamiche tra Washington e Teheran, qualsiasi strada prendano, avranno ripercussioni immediate sulla sua sicurezza, riattivando leve militari che alcuni, forse troppo frettolosamente, avevano considerato marginali.




