Attentato a Ranucci, gli arrestati: «Doveva essere una messinscena»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’attentato a Ranucci, secondo quanto affermato da Pellegrino D’Avino e Antonio Passariello, avrebbe dovuto essere una «messinscena» nella quale «nessuno si sarebbe fatto del male». I due arrestati, indicati come esecutori materiali dell’azione contro il conduttore di “Report” Sigfrido Ranucci, hanno sostenuto durante gli interrogatori di aver ricevuto rassicurazioni sul fatto che tutto fosse stato previsto e organizzato senza conseguenze per la vittima. A impartire le indicazioni, nella loro ricostruzione, sarebbe stato Gomes Clesio Tavares, bodyguard e factotum che conoscevano da tempo e che i due avrebbero considerato il loro unico riferimento nell’operazione.

Attentato a Ranucci, cosa hanno detto D’Avino e Passariello

Pellegrino D’Avino e Antonio Passariello sono stati ascoltati dai pm nel carcere di Rebibbia nell’ambito dell’inchiesta sull’attentato al giornalista. Secondo quanto riferito dai loro legali, gli indagati hanno risposto a tutte le domande e hanno confermato quanto già dichiarato durante le indagini preliminari. Gli interrogatori hanno impegnato i due per diverse ore e hanno riportato al centro il perimetro dell’incarico che, secondo la loro versione, sarebbe stato ricevuto da Tavares. Proprio su questo punto gli avvocati Generoso Pagliarulo e Antonio Falconieri hanno spiegato che sono stati affrontati temi già emersi e che il mandato contestato resta quello indicato nella prima ordinanza.

Nella ricostruzione attribuita ai due arrestati, l’azione sarebbe stata presentata come una sorta di rappresentazione organizzata all’insaputa di Ranucci, con la rassicurazione che nessuno avrebbe subito conseguenze. L’attentato sotto casa del conduttore, stando a quanto sarebbe stato detto agli esecutori, avrebbe dovuto perfino portare «del bene». D’Avino e Passariello avrebbero quindi agito nella convinzione che l’intera operazione fosse controllata e che non fosse destinata a provocare danni alle persone. La figura indicata come intermediario e referente rimane Tavares, descritto come la persona che avrebbe impartito le istruzioni e con la quale i due avrebbero avuto rapporti precedenti.

I rapporti con Tavares e il nodo di Lavitola

Un altro elemento emerso dagli interrogatori riguarda i rapporti personali degli indagati. D’Avino e Passariello avrebbero dichiarato di non aver mai conosciuto Sigfrido Ranucci e di non aver avuto rapporti con Valter Lavitola. La loro conoscenza, secondo quanto confermato dai legali, sarebbe stata limitata a Gomes Clesio Tavares. Quest’ultimo si trova ancora in Africa ma, in base a quanto da lui stesso affermato, sarebbe in procinto di rientrare in Italia per «chiarire i fatti». Le dichiarazioni dei due arrestati concentrano quindi il rapporto diretto con l’incarico sulla figura di Tavares, senza indicare una conoscenza personale del giornalista o di Lavitola.

Gli avvocati hanno inoltre precisato un passaggio relativo alla natura dell’azione richiesta. Il «perimetro del mandato», secondo quanto riferito al termine degli interrogatori, sarebbe quello contenuto nella prima ordinanza: la richiesta attribuita a Tavares di collocare un ordigno sotto casa di Ranucci. I legali hanno distinto questo punto dai colpi di pistola, spiegando che Tavares non avrebbe chiesto ai loro assistiti di sparare. La versione resa da D’Avino e Passariello mantiene dunque separati i due aspetti e individua nella collocazione della bomba il contenuto dell’incarico che sarebbe stato affidato loro.

Gli interrogatori a Rebibbia e la conferma delle dichiarazioni

Gli interrogatori nel carcere di Rebibbia hanno consentito ai pm di tornare sulle dichiarazioni già raccolte nella fase precedente dell’inchiesta. D’Avino e Passariello, secondo i rispettivi difensori, non si sono sottratti alle domande e hanno ribadito la versione fornita durante le indagini preliminari. Nelle ricostruzioni riferite dopo gli incontri con i magistrati, i due avrebbero insistito sia sull’assenza di rapporti con Ranucci e Lavitola sia sul ruolo di Tavares come unico contatto. Al centro resta anche la convinzione che l’attentato fosse stato presentato loro come una messinscena, predisposta senza l’intenzione dichiarata di fare del male a qualcuno.

Quanto emerso dalle dichiarazioni dei due indagati ruota quindi attorno alle modalità con cui sarebbe stato prospettato l’incarico e alla persona dalla quale sarebbe arrivato. D’Avino e Passariello sostengono che tutto fosse stato descritto come organizzato e concordato e che la vittima non fosse a conoscenza della presunta messinscena. Allo stesso tempo, i loro legali ribadiscono che il mandato contestato riguarderebbe la collocazione dell’ordigno e non i colpi di pistola. Gli interrogatori hanno così confermato, secondo quanto riferito dai difensori, gli elementi che i due arrestati avevano già messo a verbale nella fase delle indagini preliminari.

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