La nuova dottrina Usa: un’Europa MAGA nell’orbita di Mosca
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Redazione Esteri
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Forti scosse sismiche, che provengono da oltre oceano, stanno scuotendo le fondamenta consolidate della diplomazia e della politica europea, imponendo una riflessione non più procrastinabile sui futuri assetti transatlantici. Negli ultimi nove mesi, ha dichiarato l’amministrazione statunitense, “abbiamo salvato la nostra nazione e il mondo dall’orlo della catastrofe e del disastro”, dopo quello che viene dipinto come un quadriennio di “debolezza, estremismo e fallimenti mortali”. Questo approccio, caratterizzato da un’urgenza e una rapidità definite storiche per ripristinare la forza americana, si traduce in una visione della sicurezza nazionale che, secondo analisti come l’ambasciatore Giampiero Massolo, riflette più l’ideologia MAGA piuttosto che i consueti connotati dei tecnici della politica estera. Ne emerge una diversa concezione dell’Occidente, pragmatica e spietatamente transazionale, per cui si conta e si vale solo in funzione dell’apporto concreto che si è in grado di offrire.
Una Realpolitik che divide
La strategia di sicurezza nazionale presentata la scorsa settimana, la quale ha suscitato non poca indignazione, ha avvertito senza mezzi termini che gli alleati europei dell’America rischiano quella che è stata definita una “distruzione della civiltà”. Tale giudizio, che ha occupato le prime pagine dei giornali alimentando allarme, è stato incapsulato in un documento ufficiale della Casa Bianca, delineando un quadro fosco del Vecchio Continente. I leader europei, com’è facile immaginare, hanno reagito con furia ai commenti sprezzanti del presidente Trump, configurando quello che può essere considerato un fiasco diplomatico istruttivo. È in questo contesto che si colloca l’analisi di Massolo, il quale, nella rubrica Realpolitik, esamina i rapporti tutt’altro che facili tra Stati Uniti e Unione Europea, evidenziando come la nuova dottrina sembri voler ridisegnare le alleanze secondo una logica di puro calcolo.
La diagnosi contestata
Se da una parte la reazione europea è di sconcerto, dall’altra gli osservatori sottolineano come Trump, in questo frangente, sbagli la propria diagnosi dei problemi più gravi che affliggono il continente. L’attenzione dell’amministrazione americana, infatti, si concentra in modo particolare sul tema dell’immigrazione, individuandolo come causa principale di una presunta decadenza. Molti analisti, invece, ritengono che le radici di certi malesseri vadano ricercate altrove, ad esempio nella sostenibilità di modelli di stato sociale sotto pressione, in dinamiche economiche globali sfavorevoli e in una certa lentezza burocratica nelle decisioni comunitarie. È un errore di prospettiva che, seppur in un clima di tensioni, finisce per offuscare la lettura di fenomeni ben più complessi e stratificati.
Il giudizio parallelo dell’America anti-Trump
Forse, però, gli europei dovrebbero preoccuparsi di un altro elemento, meno eclatante ma ugualmente significativo: il giudizio su di loro da parte dell’America anti-Trump, che pure si oppone alle modalità e alle priorità dell’attuale presidente, non è affatto lusinghiero. Anche negli ambienti politici e intellettuali tradizionalmente filo-europei, infatti, serpeggia una valutazione critica sulla capacità dell’Europa di essere un attore geopolitico coerente e risoluto, di assumersi responsabilità di difesa proporzionali alla sua ricchezza e di superare le divisioni interne di fronte a sfide epocali. Si tratta di brutte notizie che vanno al di là della contingenza politica, suggerendo una frattura più profonda nella percezione transatlantica. Mentre l’attenzione è catturata dalle dichiarazioni a effetto, il vero interrogativo riguarda la capacità dell’Europa di ridefinire la propria sovranità in un mondo che, da entrambe le sponde dell’oceano, le chiede di fare molto di più e molto meglio.




