La strage nascosta: a Gaza il numero dei morti è molto più alto. Lo studio The Lancet sfida i dati ufficiali e le polemiche di Israele
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Redazione Esteri
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Il numero dei palestinesi uccisi nella Striscia di Gaza, a quasi due anni e mezzo dall’inizio dell’offensiva israeliana, sarebbe sensibilmente più alto di quanto riportato finora dalle cronache e persino dai bollettini, già drammatici, del ministero della Sanità locale. A rivelarlo è una nuova ricerca pubblicata sulla rivista scientifica The Lancet Global Health, uno studio indipendente che ha provato a quantificare il costo umano del conflitto con una metodologia diversa, basata non solo sui conteggi amministrativi ma su un’indagine campionaria condotta direttamente tra la popolazione. I risultati, come riportato dal Guardian il 19 febbraio 2026, disegnano una realtà ancora più cupa: solo nei primi sedici mesi di guerra, dal 7 ottobre 2023 al 5 gennaio 2025, le vittime per cause violente sarebbero state circa 75.200, una cifra che supera di 25.000 unità – più del 34 per cento – i 49.090 decessi registrati dalle autorità di Gaza per lo stesso arco temporale. E questi numeri, per quanto agghiaccianti, potrebbero rappresentare una sottostima, perché l’indagine si ferma prima della fase più acuta della crisi umanitaria e della carestia dichiarata nell’estate del 2025.
A condurre la ricerca sul campo, tra la fine del 2024 e l’inizio del 2025, è stato il Palestinian Center for Policy and Survey Research, un istituto guidato dal noto sondaggista Khalil Shikaki. I ricercatori hanno intervistato 2.000 nuclei familiari, selezionati per essere statisticamente rappresentativi della distribuzione geografica e demografica dell’intera popolazione della Striscia. A ciascun intervistato è stato chiesto di elencare i membri della propria famiglia uccisi durante i raid e i combattimenti. Si tratta, come sottolineano gli stessi autori, della prima indagine indipendente sulla mortalità a Gaza che non si basa esclusivamente sui registri del ministero della Salute, ma su un’estrapolazione statistica da interviste dirette. I dati sono stati poi ponderati per ottenere una stima complessiva, con un intervallo di confidenza del 95 per cento che, secondo gli esperti, conferma la robustezza del risultato.
La composizione delle vittime e il confronto con i dati del ministero
Uno degli aspetti più significativi emersi dall’analisi riguarda la tipologia dei decessi. Lo studio ha infatti certificato che le donne, i bambini sotto i 18 anni e gli anziani sopra i 64 anni rappresentano circa il 56,2 per cento delle vittime di violenza, una percentuale che coincide sostanzialmente con quella riportata dal ministero della Salute di Gaza. Questa coincidenza, spiegano i ricercatori, contraddice le accuse, più volte ripetute dal governo israeliano e da alcuni suoi alleati internazionali, secondo cui le autorità della Striscia, controllate da Hamas, gonferebbero i numeri per fini propagandistici. Anzi, il lavoro di *The Lancet* suggerisce esattamente il contrario: se una discrepanza esiste, è nel senso di una sottostima. Il professor Michael Spagat, economista del Royal Holloway dell’Università di Londra e autore principale dello studio, ha evidenziato come le cifre del ministero, raccolte in condizioni operative al limite del possibile, con gli ospedali presi di mira, il personale sanitario decimato e le comunicazioni interrotte, vadano considerate attendibili e, se non altro, prudenziali. Non solo. A metà gennaio un alto ufficiale della sicurezza israeliana aveva confidato a giornalisti locali che il numero dei morti a Gaza, intorno ai 70.000, era sostanzialmente in linea con le stime del suo esercito, una dichiarazione che stride con le critiche ufficiali ma che lo studio di *The Lancet* sembra ora avvalorare.
Oltre la violenza diretta: le morti “invisibili” della crisi umanitaria
La ricerca getta luce anche su un’altra categoria di vittime, quelle che gli autori definiscono “morti non violente” ma direttamente riconducibili al conflitto. Parliamo di persone decedute a causa del collasso del sistema sanitario, per la mancanza di cure, per malattie croniche non più gestibili, per infezioni contracte dopo ferite, o, nei mesi successivi al periodo preso in esame dallo studio, per fame. L’indagine stima in circa 16.300 i decessi avvenuti per queste cause indirette nei primi sedici mesi, una cifra che gli stessi autori considerano prudenziale data la complessità di isolare la mortalità in eccesso rispetto ai tassi pre-bellici. Tra questi, 8.540 sono classificati come “decessi in eccesso” dovuti al deterioramento delle condizioni di vita. La distinzione tra morte diretta e indiretta, come notano i ricercatori, è spesso labile e crea una zona grigia: un ferito che muore di setticemia perché non può raggiungere un ospedale o perché mancano i farmaci è a tutti gli effetti una vittima della guerra, sebbene il suo nome non compaia nelle statistiche dei bombardamenti. E il fatto che l’indagine si fermi al gennaio 2025, prima del blocco totale e della carestia dichiarata dall’ONU nell’agosto successivo, lascia presagire che il tributo di vite umane, a oggi, sia destinato a crescere ulteriormente. La tregua in vigore dall’ottobre del 2025, voluta dall’amministrazione Trump, ha solo parzialmente alleviato la pressione, ma le operazioni militari israeliane, seppur ridotte, non sono cessate del tutto e continuano a mietere vittime.




