Hamas rifiuta il disarmo e rilancia il controllo su Gaza, mentre la tregua fa rientrare i profughi

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Mentre centinaia di migliaia di palestinesi, un fiume in piena che cerca i resti delle proprie case, rientrano a Gaza City sull’onda dell’annunciata tregua, Hamas richiama settemila miliziani con l’obiettivo di riprendere il controllo del territorio, devastato da settimane di intensi bombardamenti. A rivelarlo sono fonti locali citate dalla Bbc, le quali sottolineano come i membri delle forze di sicurezza del gruppo stiano già riposizionandosi per riaffermare la propria autorità nelle aree della Striscia che le truppe israeliane hanno recentemente abbandonato. Una mossa, questa, che getta un’ombra pesante sui fragili accordi e che dimostra come la sciarada mediorientale, per citare un’analisi, sia tutt’altro che finita.

Il rifiuto di Hamas e la nuova strategia

La posizione di Hamas, che definisce “fuori discussione” un disarmo totale, si precisa ulteriormente con la richiesta di integrare i propri uomini all’interno di un corpo di polizia unificato. Una prospettiva, quest’ultima, che si scontra con le premesse stesse degli accordi di pace, i quali vedono il gruppo escluso dalla firma ufficiale. Il dispiegamento di migliaia di uomini, molti dei quali appartengono alle forze interne, segna una chiara volontà di non cedere il potere di fatto sul terreno, nonostante la tregua abbia permesso a trecentomila profughi di cominciare un doloroso rientro. La pace, che pure potrebbe germogliare da questo cessate-il-fuoco, si annuncia dunque come un sentiero lungo e accidentato, dove le insidie, come è stato osservato, non mancheranno.

Lo scenario internazionale e la politica italiana

Sullo sfondo di questa complessa partita, la presenza della presidente del Consiglio Giorgia Meloni alla firma degli accordi è stata indicata dal ministro per il Pnrr e la coesione, Tommaso Foti, come il segnale che “l’Italia è tornata protagonista” sulla ribalta internazionale. Un ritorno, ha aggiunto Foti, che si misura nel rispetto che Meloni e il Paese ricevono all’estero, in un contesto dove la politica della maggioranza di governo si identifica chiaramente con le scelte del presidente degli Stati Uniti Donald Trump e, di conseguenza, con quelle del primo ministro israeliano. D’altro canto, la visita a Tel Aviv di figure vicine a Trump, scese in quella che è stata definita la “piazza degli ostaggi” per dichiarare finito l’incubo, sembra confermare questo allineamento.

Le scelte obbligate per il centrosinistra

Proprio questa chiara collocazione internazionale del governo pone all’opposizione di centrosinistra il problema di definire una propria politica, che vada al di là della semplice mobilitazione di piazza e della presenza nei talk show. Le scelte che si troverà ad affrontare, del resto, sono nel complesso obbligate e dovranno misurarsi con uno scenario in cui Hamas, rifiutando di deporre le armi e lavorando per consolidare il proprio potere nella Striscia, rappresenta un attore con il quale, volenti o nolenti, fare i conti. La partita, che si gioca tra le macerie di Gaza e i tavoli della diplomazia, richiede una visione che sappia guardare alla complessità dei fatti, senza cedere a semplificazioni.

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