Israele abbandona sette agenzie Onu, mentre a Gaza la tempesta aggrava la crisi umanitaria

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il ministro degli Esteri israeliano Gideon Saar ha reso noto il ritiro del paese da sette agenzie delle Nazioni Unite e organizzazioni ad esse collegate, una mossa drastica motivata, secondo le dichiarazioni ufficiali, da un presunto pregiudizio anti-israeliano e da quella che è stata definita una “burocrazia inefficace”. La decisione, che segna un ulteriore deterioramento nei rapporti con il sistema multilaterale, arriva in un momento di estrema fragilità per la regione, dove le conseguenze del conflitto si intrecciano a eventi climatici di violenza inaudita. Mentre infatti la diplomazia vivacchia, la popolazione civile, specialmente a Gaza, affronta un cumulo di catastrofi, naturali e non, che rendono la sopravvivenza una sfida quotidiana.

Una crisi nella crisi: il maltempo si abbatte sugli sfollati

Proprio mentre si discutevano le implicazioni del passo compiuto da Israele, una violenta tempesta si è abbattuta sulla costa occidentale di Gaza City, travolgendo con furia le precarie tendopoli che ospitano migliaia di persone. Le raffiche di vento e le piogge torrenziali, che hanno colpito anche l’area di Nuseirat, non hanno soltanto spazzato via i ripari di fortuna, ma hanno provocato il crollo parziale di un edificio già lesionato dai combattimenti, causando la morte di tre membri della stessa famiglia, rimasti sepolti sotto le macerie del rifugio che credevano sicuro. Alcuni di loro, si racconta tra le lacrime, tentavano di mettere in salvo i pochi averi rimasti; altri, e fra questi un neonato di appena cinquanta giorni, sono stati colti nel sonno dalla tragedia.

Emergenza nei campi: allagamenti e carenze logistiche

L’acqua, caduta a dirotto nella notte tra l’11 e il 12 gennaio, ha inondato centinaia di tende, trasformando i campi in pantani fangosi e invivibili, dove dormire è diventato impossibile e le già scarse scorte di cibo sono andate irrimediabilmente perdute. Le autorità locali, del resto, denunciano gravi difficoltà nel portare anche i primi soccorsi, visto che la carenza cronica di carburante e il pessimo stato delle infrastrutture, pesantemente danneggiate dai mesi di guerra, paralizzano gli interventi più urgenti. Si tratta di una concatenazione di eventi – la tempesta, le inondazioni, la fragilità strutturale – che moltiplica esponenzialmente la sofferenza di una popolazione stremata, la quale si trova a fronteggiare, oltre ai traumi bellici, anche le forze della natura.

Il bilancio dei minori e il quadro generale

A questo quadro già fosco si aggiunge un dato fornito dalle organizzazioni umanitarie, secondo il quale oltre un centinaio di bambini hanno perso la vita nella Striscia dall’inizio della recente tregua, un periodo che, nonostante il cessate il fuoco, non ha arrestato il stillicidio di vittime a causa delle condizioni igienico-sanitarie disastrate e degli incidenti legati agli ordigni inesplosi. La tempesta, in questo senso, non è che l’ultimo capitolo di un’emergenza umanitaria dalle dimensioni colossali, che procede di pari passo con le complesse vicende diplomatiche, come il ritiro israeliano da alcune sedi Onu, decisione che rischia di ridurre ulteriormente gli spazi di mediazione e di aiuto internazionale in un territorio dove ogni canale di supporto è vitale.

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