La crociata di Trump contro l’Iva: 170 Paesi a rischio ritorsione
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Redazione Esteri
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ROMA – Donald Trump, con l’annuncio di nuovi dazi sulle auto europee a partire dal 2 aprile, ha rilanciato una battaglia commerciale che rischia di estendersi ben oltre il settore automobilistico. L’obiettivo dichiarato è quello di «riportare giustizia» e proteggere le aziende statunitensi, ma la mossa nasconde una strategia più ampia e controversa: equiparare l’Iva, l’imposta sul valore aggiunto, ai dazi doganali, colpendo i Paesi che la applicano alle merci. Una scelta che, secondo molti economisti, non solo è priva di fondamento tecnico, ma rischia di innescare una spirale di ritorsioni a livello globale.
L’Iva, come sottolineano gli esperti, è un’imposta neutra che grava esclusivamente sul consumatore finale, senza influenzare direttamente le scelte delle aziende o le dinamiche commerciali internazionali. Tuttavia, Trump sembra ignorare questa distinzione, insistendo nel considerarla un ostacolo sleale per le imprese americane. Una posizione che, se portata avanti, potrebbe coinvolgere ben 170 Paesi, molti dei quali membri dell’Unione Europea, già alle prese con le tensioni legate ai dazi sulle auto.
Carlo Altomonte, docente di Economia alla Bocconi, ha stimato che l’impatto delle nuove tariffe statunitensi potrebbe costare all’Europa tra i 20 e i 30 miliardi di euro, pari a circa lo 0,2-0,3% del Pil europeo. Numeri significativi, ma non tali da giustificare concessioni unilaterali da parte di Bruxelles. Al contrario, Altomonte invita l’Ue a rispondere con contromisure adeguate, puntando in particolare sulla tassazione delle Big Tech, settore in cui gli Stati Uniti detengono una posizione dominante.
Intanto, alla Conferenza di Monaco, il vicepresidente americano Mike Vance ha criticato duramente le politiche europee, accusando l’Ue di aver «aperto le porte ai clandestini» e di aver «ucciso il libero pensiero». Un attacco che, citando persino papa Giovanni Paolo II, ha voluto colpire non solo le scelte migratorie dell’Europa, ma anche il suo modello sociale, definendolo frutto di «dieci anni di politiche socialiste».
Sul fronte dei dazi automobilistici, Trump ha confermato che le nuove tariffe entreranno in vigore il 2 aprile, rinviando di un giorno la data inizialmente prevista per una questione di «superstizione». Attualmente, l’Europa applica dazi del 10% sulle auto importate dagli Usa, mentre gli Stati Uniti impongono una tariffa del 2,5%. Una disparità che, secondo Trump, giustifica la sua mossa, ma che rischia di avere ripercussioni ben più ampie, coinvolgendo non solo il settore automotive, ma l’intero sistema commerciale globale.
Tra i Paesi europei, quelli più esposti sono senza dubbio la Germania e l’Italia, dove l’industria automobilistica rappresenta una fetta significativa dell’economia. Tuttavia, le conseguenze potrebbero estendersi a macchia d’olio, toccando anche settori apparentemente distanti, come quello tecnologico o agricolo, in un gioco di ritorsioni che rischia di lasciare solo perdenti.




