Giro d’Italia, la maxi caduta a Burgas spiana la strada a Magnier che veste la prima rosa
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Redazione Sport
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Burgas conferma ancora una volta, se mai ce ne fosse stato bisogno, che la pianura nasconde insidie ben più letali delle salite più ripide. A 600 metri dal traguardo della prima tappa – quella Nessebar-Burgas di 147 chilometri pensata per i velocisti puri – il 109º Giro d’Italia è stato letteralmente spaccato in due da una caduta paurosa che ha coinvolto la quasi totalità del gruppo. L’impatto, violento e improvviso, ha costretto la maggior parte dei big a frenare bruscamente o addirittura a finire a terra, lasciando che fosse il destino a decidere chi, tra i superstiti, avrebbe avuto l’onore di giocarsi il primo successo.
Solo una decina di corridori, usciti indenni dall’incidente o miracolosamente scattati prima del patatrac, si sono presentati ai -200 metri per contendersi la volata. In questo caos generale, dove l’ordine prestabilito dalle squadre è saltato per lasciare spazio all’istinto e alla prontezza di riflessi, a spuntarla è stato il francese Paul Magnier. Il giovane della Soudal Quick-Step non solo ha messo la ruota davanti a tutti sul traguardo bulgaro, ma si è cucito addosso la prima maglia rosa di questa edizione, dimostrando che la caduta non ha cancellato la possibilità di assistere a uno sprint, anzi, lo ha reso ancora più selettivo.
La fuga di Tarozzi e Sevilla e l’attesa per la volata
Prima di questo colpo di scena nel finale, la tappa aveva seguito il canovaccio tipico delle grandi partenze. La fuga di giornata era stata firmata da Manuele Tarozzi (Bardiani) e Diego Pablo Sevilla (Polti), due specialisti degli attacchi a lunga gittata che hanno tenuto sotto scacco il plotone per buona parte della frazione. Lo spagnolo, in particolare, ha fatto sua la maglia azzurra di scalatore transitando per primo sui due GPM di Cape Agalina. Una volta ricucito il divario a una ventina di chilometri dall’arrivo, le squadre dei velocisti – in particolare Lidl-Trek e Soudal – avevano cominciato a posizionare i rispettivi treni in vista dello sprint che sembrava inevitabile.
L’aria però, negli ultimi chilometri, sapeva già di tensione. Le strade che portavano al centro di Burgas, sebbene larghe, presentavano diverse insidie e un ritmo indiavolato ha fatto il resto. Il contatto tra alcuni corridori a 600 metri dal traguardo ha scatenato una reazione a catena che ha bloccato il plotone, vanificando il lavoro sporco fatto fino a quel momento da squadre come la Visma.
L’altro Paul e il poker amaro di Jonathan Milan
Mentre i francesi impazziscono per il loro fenomeno Seixas, c’è un “altro Paul”, Magnier, che ha iniziato a scrivere la sua personale storia alla Corsa Rosa. Nato in Texas ma di sangue alsaziano – suo padre Laurent fu campione juniores nel 1988 – il 22enne ha gestito alla perfezione la posizione nelle fasi concitate. Lui, che nel 2025 aveva già collezionato 19 vittorie, ha trovato la sua prima affermazione al Giro con una volata preparata a dovere dalla squadra guidata da Davide Bramati, nonostante il caos. Il suo sguardo, nel momento in cui indossava quella maglia rosa, raccontava la consapevolezza di aver fatto un passo nella storia della competizione.
Per il grande favorito della vigilia, Jonathan Milan, l’esordio è stato invece un incubo. Il friulano, che puntava a iniziare subito la sua rincorsa alla maglia ciclamino, non ha nemmeno avuto la possibilità di lanciare la volata. Rallentato dalla caduta e finito fuori posizione, ha dovuto assistere impotente alla volata ristretta finendo in quarta posizione, un risultato che brucia come una sconfitta pesante in ottica classification. In mezzo al finimondo, Jonas Vingegaard – che navigava tranquillo nelle retrovie per evitare rischi – ha portato a casa una passerella senza patemi, mantenendo intatte le energie per le battaglie in salita.




