L’Ecce Homo di Antonello da Messina acquistato dal Mic per 14,9 milioni di dollari e il nodo della collocazione tra Napoli e la Sicilia
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Redazione Cultura e Spettacolo
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L’operazione, condotta dalla Direzione generale Musei attraverso una trattativa privata consumatasi nelle ore immediatamente precedenti l’asta newyorkese di Sotheby’s, ha sottratto al mercato l’unico Antonello da Messina ancora in mano a un collezionista privato: una tempera su tavola di appena diciannove virgola cinque per quattordici centimetri, dipinta su entrambi i lati, che Federico Zeri – e fu quello il primo, decisivo, colpo d’occhio – ricondisse al maestro siciliano nel 1981 -4-6. Sul recto il Cristo coronato di spine, il volto tumefatto e lo sguardo che perfora la superficie pittorica; sul verso san Girolamo penitente, quel paesaggio roccioso e arido che i segni di usura – si presume prodotti dal contatto con una bisaccia di cuoio e da secoli di devozione privata, di labbra prementi il legno – rendono ancora piú eloquente -8-1. Lo Stato, che con la manovra fiscale varata dal ministro Giuli lo scorso luglio aveva già portato l’Iva sul settore al cinque per cento – l’aliquota piú bassa d’Europa, equiparabile a quella di Francia e Germania – ha cosí chiuso la partita per quattordici milioni e novecentomila dollari, circa dodici virgola sei milioni di euro, una cifra sostanzialmente in linea con la stima massima che la casa d’aste aveva fissato tra i dieci e i quindici milioni -4-5-9.
Il ritiro dall’asta e il colpo di scena del governo
La scheda del lotto, pubblicata nel catalogo della vendita Master Paintings & Works of Art che inaugurava il Breuer Building, era sparita dal sito di Sotheby’s con una stringa secca, «This lot has been withdrawn», e il silenzio del venditore aveva alimentato per qualche ora il genere del giallo artistico: il post cancellato di Costantino D’Orazio, la comunicazione della Fondazione Zeri, le polemiche sul prezzo giudicato eccessivo -3. Poi il comunicato del Ministero, la conferma del ministro Giuli, la trafila burocratica dell’acquisto perfezionato fuori asta, e il quadro – uno dei quaranta circa universalmente attribuiti ad Antonello, il primo della serie degli Ecce Homo e l’unico bifacciale – è diventato patrimonio pubblico -1-8. Non accadeva da una generazione, hanno ricordato i funzionari di Sotheby’s, che un’opera di tale rilievo del Rinascimento meridionale tornasse nella disponibilità dello Stato italiano sottraendosi alla logica della collezione privata o, peggio ancora, a quel destino di opaca scomparsa che ha inghiottito il Salvator Mundi leonardesco -3-4.
Le richieste della Sicilia e il ruolo dell’assessore Scarpinato
Appena la notizia si è consolidata, la tensione si è spostata sul dove. L’assessore regionale ai Beni culturali Francesco Paolo Scarpinato ha fatto sapere di avere «già avviato un’interlocuzione con il ministero», premurandosi di rivendicare la coerenza storica di una collocazione siciliana: Antonello nasce a Messina, e a Messina, nel Museo regionale che porta il nome di Accascina e già custodisce altre sue opere, la tavoletta dovrebbe tornare -10. Il deputato regionale Sebastiano Fabio Venezia ha presentato un’interpellanza parlamentare, parlando di «identità culturale», di «ponte tra la tradizione fiamminga e quella italiana», della necessità che il capolavoro sia esposto «nel contesto geografico e storico che lo ha generato» -2-7. Il ragionamento – lo stesso che ha tenuto l’Annunciata a Palazzo Abatellis, incastonata nell’allestimento di Scarpa come un assoluto – è lineare, emotivamente efficace, e poggia sul fatto che in Sicilia, tra Palermo e Messina, esiste già il piú importante nucleo antonelliano del mondo -2-10.
L’ipotesi Capodimonte e la formazione napoletana del maestro
Dall’altra parte, e con argomenti altrettanto solidi, si candida il Museo di Capodimonte a Napoli. È l’ipotesi che i cronisti hanno definito «accreditata» e che alcuni commentatori hanno già interpretato come un omaggio a Colantonio, il pittore fiammingheggiante nella cui bottega partenopea il giovane Antonello avrebbe appreso la tecnica a olio e la lezione dei primitivi fiamminghi -4-8-10. Napoli, per il maestro siciliano, non fu una tappa: fu la formazione vera e propria, l’innesto che gli permise di restituire, qualche anno piú tardi, un Cristo sofferente e insieme dignitosissimo, lontano dalla ieraticità bizantina e già proiettato verso quella «sottigliezza meravigliosa» – è la definizione di Christopher Apostle, il responsabile Old Masters di Sotheby’s – che rende l’Ecce Homo un’opera spiazzante nella sua umanità non idealizzata -4-8. Appoggiare la tavoletta a Capodimonte significherebbe dunque chiudere un cerchio: riportare l’allievo lí dove il maestro lo aveva forgiato, restituire il quadro a quella circolazione mediterranea che fu propria di Antonello, messinese di nascita, formatosi a Napoli, attivo a Venezia e infine, nelle fonti, «universale» -6-8.
Una tavoletta contesa tra due legittimità opposte
La contesa, a questo stadio, non ha ancora prodotto alcuna delibera ufficiale: il Ministero, per bocca di Giuli, si è limitato a confermare l’acquisizione e a definirla «un’operazione di altissimo profilo culturale» -1-6. Tuttavia il duello interpretativo è già tracciato, e oppone due legittimità difficilmente conciliabili: quella della nascita – la patria, il genius loci, la collezione identitaria siciliana – e quella della formazione, l’humus artistico in cui l’autore ha assimilato gli strumenti per diventare tale. Una dialettica che il piccolo pannello, oggetto di usura devozionale e di silenziose peregrinazioni tra collezioni spagnole, gallerie newyorkesi e passaggi intermedi, sembra quasi incarnare nella sua stessa materialità di manufatto trasportato, accarezzato, sfregato, forse persino pianto -4-6-8. Mentre le istituzioni ragionano su prestiti e sedi museali, la tavoletta attende – è presumibile – la prima delle molte destinazioni che la sua nuova vita pubblica le riserverà. E il ventaglio delle ipotesi, per ora, resta aperto.




