La madre di Rossella Ugues porta Meta e TikTok in tribunale: “I loro algoritmi l’hanno spinta verso la morte”
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Redazione Interno
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Non c’è reato, forse, ma secondo i genitori di Rossella Ugues – la dodicenne che si è tolta la vita nel febbraio 2024 nella sua casa di Asti – esiste una responsabilità chiara, precisa, e va cercata dentro i meccanismi di funzionamento di Instagram e TikTok. Quei meccanismi, spiegano le famiglie assistite dal Moige (Movimento Italiano Genitori) e dallo Studio Legale Ambrosio Commodo di Torino, non sarebbero affatto neutrali: l’algoritmo, anzi, avrebbe trasformato la depressione iniziale della ragazzina in una spirale senza uscita, proponendole in loop reel, post e immagini gotiche, contenuti su autolesionismo e suggestioni cupe.
Un’udienza storica davanti al Tribunale delle Imprese di Milano
Ieri alle 12.45, davanti al Tribunale delle Imprese di Milano, si è consumato un passaggio giudiziario che molti osservatori definiscono epocale. Da una parte si sono schierati il Moige – che non è nuovo a battaglie sulla tutela dei minori nel digitale – e un nutrito gruppo di famiglie, tutte accomunate dallo stesso dramma o da dinamiche simili di esposizione tossica alle piattaforme. Dall’altra parte, invece, due colossi: Meta (che controlla Facebook e Instagram) e TikTok, chiamati a rispondere non tanto di un reato penale, quanto di un presunto disegno industriale capace, secondo l’accusa civile, di alimentare deliberatamente la dipendenza degli adolescenti.
“Se togli i social, condanni tuo figlio all’isolamento: non puoi vincere da solo”
Irene Roggero, madre di Rossella, ha sintetizzato il paradosso in poche parole, diventate ormai il nucleo della loro argomentazione legale: «Non possiamo essere soli a combattere questa dipendenza». Perché, spiegano i genitori coinvolti nella causa, il contesto sociale attuale – quello reale, fatto di scuola, amicizie e pressione dei pari – rende ogni divieto domestico quasi una punizione. Se togli il cellulare e blocchi i social, di fatto isoli tuo figlio; se non lo fatti, lo esponi senza rete a un algoritmo che premia l’esasperazione, il tempo di scorrimento e l’intensità emotiva. Non c’è via di mezzo, ed è proprio questa trappola – definita «esistenziale» dai legali – che le famiglie denunciano.
Sei mesi di scroll, dalla curiosità all’abisso senza nessun filtro
Secondo quanto ricostruito dagli atti del procedimento, Rossella aveva iniziato a navigare su Instagram e TikTok circa sei mesi prima del gesto estremo. All’inizio cercava – come tanti coetanei – contenuti di tendenza, musica, immagini vagamente dark. Ma l’algoritmo, anziché correggere o attenuare la rotta, ha fatto l’esatto opposto: ha interpretato ogni sua permanenza su un video come un interesse, ogni replay come una preferenza. Così l’autolesionismo è diventato tema ricorrente; le immagini gotiche, una costante; la depressione, una lente attraverso cui rileggere ogni frammento della sua giornata. La madre Irene oggi lo dice senza enfasi: «L’algoritmo le dava quello che cercava, e lei ne cercava sempre di più». Un circolo vizioso che nessun adulto, a casa o a scuola, ha potuto intercettare in tempo.




