Il secondo funerale di Liliana Resinovich e l’accusa del fratello: “Visintin coinvolto al 100%”
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Redazione Interno
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Si è celebrato martedì 21 aprile, nella cappella del cimitero di Sant’Anna a Trieste, il secondo funerale di Liliana Resinovich. Una cerimonia voluta dal fratello Sergio, che ha rotto il silenzio con parole tanto misurate quanto feroci, scagliandosi contro Sebastiano Visintin, il marito della donna. «È coinvolto al 100%», ha dichiarato Sergio a margine del rito, aggiungendo – tra i pochi frammenti di un dolore ancora grezzo – la sua convinzione che il coniuge abbia un ruolo centrale nella morte di Liliana. Il funerale si è svolto a porte chiuse, con una dozzina tra familiari e amici, telecamere lasciate fuori su esplicita richiesta dello stesso Sergio. Lui, il fratello, è stato il primo ad arrivare, il volto scuro, al petto una spilla tonda con la scritta “LILLY IO CI SONO”, accanto al disegno di un cuore e una scarpa rossa: simbolo, ormai riconosciuto, della lotta contro la violenza sulle donne.
Il messaggio di Silvia Radin e l’assenza di Visintin
All’interno della cappella, è stata la cugina Silvia Radin a dare voce all’addio. Con la voce rotta dalla commozione – e con la stessa frase ripetuta poi davanti alla stampa – ha letto un messaggio che non concede spazio a consolazioni retoriche: «Oggi ti diamo la pace che ti meriti. Non possiamo accarezzarti né abbracciarti, ma con un lungo applauso perché sei stata brava». Un saluto secco, quasi teatrale nella sua essenzialità, che ha accompagnato la sepoltura dei resti di Liliana in un loculo sotterraneo del cimitero cittadino. Nessuna traccia, invece, di Sebastiano Visintin. La sua assenza – già notata ai margini del primo funerale – è diventata, in questo secondo rito, un elemento muto ma pesantissimo, su cui il fratello della vittima ha costruito la sua accusa pubblica.
La super perizia che ha riaperto le indagini
Quel che rende le dichiarazioni di Sergio Resinovich più di semplici sfoghi privati è il contesto giudiziario che le accompagna. Una nuova super perizia, depositata nelle scorse settimane, ha infatti riaperto le indagini sulla morte della cinquantottenne, il cui fu trovato senza vita il 5 gennaio 2022 nei pressi dell’ex ospedale psichiatrico di Trieste. Le prime conclusioni avevano accreditato l’ipotesi del suicidio, ma gli approfondimenti successivi – condotti con metodiche rinnovate e su basi scientifiche diverse – hanno messo in discussione quella ricostruzione, aprendo formalmente la pista di possibili responsabilità di terzi. Sergio Resinovich non ha aspettato i tempi della procura: ha trasformato il secondo funerale della sorella in un’occasione per fissare pubblicamente un sospetto che, nelle aule di tribunale, diventerà presto un capitolo decisivo.
Un rito senza pace, tra cronaca nera e atti giudiziari
Il secondo funerale di Liliana Resinovich ha avuto così il sapore amaro di un atto dovuto più che di un congedo sereno. Le porte chiuse, il fratello scuro in volto, la spilla contro la violenza sulle donne e l’assenza del marito hanno disegnato una scena quasi processuale. Non c’era spazio per abbracci né per rituali consolatori: solo un lungo applauso, come chiesto dalla cugina, e poi la discesa del loculo nel sotterraneo del cimitero di Sant’Anna. La procura di Trieste – che ha già acquisito la nuova perizia – continua a lavorare senza fornire aggiornamenti ufficiali, ma la nettezza dell’accusa familiare ha già spostato l’asse del racconto pubblico. Da quella mattina di gennaio 2022, quando il di Liliana fu trovato con una busta di plastica sulla testa, nessuno dei nodi investigativi era stato davvero sciolto. Oggi, con questo secondo addio, quei nodi tornano a stringersi attorno a un nome.




