«La Stelvio incorona von Allmen, il falegname di Lauterbrunnen: tre ori che valgono una carriera costruita con una colletta»

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Redazione Sport Redazione Sport   -   La pista Stelvio di Bormio, che abitualmente restituisce verdetti netti e talvolta spietati, ha consegnato alle cronache olimpiche il nome di Franjo von Allmen; ventiquattro anni compiuti lo scorso luglio, una licenza di falegname conseguita nella nativa Lauterbrunnen e un palmarès che, fino a poche settimane fa, sembrava destinato a crescere con gradualità, non certo a esplodere con questa violenza agonistica. Il giovane svizzero — e il dettaglio non è irrilevante per comprendere la natura del personaggio — ha messo in fila tre vittorie in altrettante gare di velocità: la discesa libera, la combinata a squadre in coppia con Tanguy Nef e infine il supergigante, completando una tripletta che nello sci alpino maschile, per trovare un precedente analogo, occorre tornare ai tempi di Toni Sailer a Cortina d’Ampezzo nel 1956, settant’anni or sono, e a Jean-Claude Killy, il quale nel 1968, a Grenoble, dominò le Olimpiadi di casa aggiudicandosi discesa, gigante e slalom speciale -1-4. Tra le donne, va da sé, il riferimento resta Janica Kostelic, capace nel 2002 a Salt Lake City di imporsi in gigante, slalom e combinata.

Von Allmen non ha soltanto vinto; ha letteralmente oscurato il più celebrato connazionale Marco Odermatt, giunto quarto in discesa e poi bronzo in supergigante, costringendo gli osservatori a rivedere ogni gerarchia tracciata alla vigilia dei Giochi di Milano Cortina 2026. Eppure, a rendere la sua ascesa tanto singolare quanto meritevole di un’inchiesta approfondita è la genesi della sua carriera, costellata da ostacoli finanziari e da un lutto familiare che avrebbe potuto interromperla anzitempo: la scomparsa del padre, avvenuta quando Franjo aveva appena diciassette anni, lasciò la famiglia — che gestisce una fattoria — nella necessità di fare i conti con un budget improvvisamente insufficiente a sostenere i costi del circuito giovanile. Fu allora che il ragazzo, oggi paragonato ai mostri sacri della disciplina, lanciò una raccolta fondi; una colletta, per usare un termine desueto ma calzante, alla quale risposero compaesani e sconosciuti, consentendogli di proseguire per un’altra stagione, quella decisiva per l’ingresso nella squadra nazionale -1-6.

L’Italia ritrova il podio nella reggia di Dominik Paris, e Franzoni trasforma il dolore in energia

Se il dominio elvetico nelle prove veloci appariva preventivabile, ciò che nessun pronostico poteva seriamente ipotizzare era la doppietta italiana in discesa libera, firmata da Giovanni Franzoni — argento a venti centesimi dal fenomeno svizzero — e da Dominik Paris, il trentaseienne altoatesino che inseguiva una medaglia olimpica dalla sua prima partecipazione, sedici anni or sono -2-4. Il bronzo conquistato sulla neve di Bormio, teatro di sette trionfi in Coppa del Mondo, assume i contorni di un risarcimento tardivo quanto meritato per un atleta che aveva sempre sfiorato il podio a Cinque Cerchi senza mai afferrarlo; Paris, al cancelletto con il pettorale numero dodici, ha stampato una partenza fulminea, ha retto nella parte centrale e ha preceduto Odermatt per venti centesimi, regalando al pubblico di casa — e a sé stesso — la prima medaglia italiana della rassegna -4-9. Non meno significativa, sul piano tecnico ed emotivo, la prestazione di Franzoni: il ventiquattrenne di Manerba del Garda, già vincitore sulla Streif di Kitzbühel, ha condotto una discesa chirurgica, sfruttando la velocità di scorcio e una lettura impeccabile dei saltelli, e al traguardo si è lasciato andare a un abbraccio con von Allmen che racchiudeva la rivalità leale tra due ragazzi nati nello stesso anno e destinati a incrociare gli sci per un decennio -6-9.

Il peso del ricordo e la dedica a Franzoso: lo sci azzurro corre anche per chi non c’è più

Dietro la gioia apparentemente limpida dell’argento, scorre una corrente più cupa e profonda, che riguarda la gestione del lutto all’interno di una squadra. Giovanni Franzoni, nelle dichiarazioni rilasciate subito dopo la gara, ha voluto esplicitamente dedicare la medaglia a Matteo Franzoso, lo sciatore ventiduenne deceduto lo scorso settembre in seguito a un violento impatto contro le reti durante un allenamento in Cile -6-9. Franzoni e Franzoso avevano condiviso la camera in occasione di precedenti ritiri, e il campione bresciano ha più volte accennato alla difficoltà di trasformare quella perdita in una spinta e non in un peso; ha raccontato di portare con sé, idealmente, il compagno scomparso in ogni uscita, cercando di onorarne la memoria attraverso prestazioni che non concedono spazio alla distrazione -6. Non è la prima volta che lo sci alpino si confronta con simili tragedie, ma la scelta di rendere pubblica e persistente questa dedica — e non relegarla al solo minuto di silenzio rituale — indica una maturità atletica e umana che merita di essere registrata tra i fatti, non tra le retoriche.

L’heavy metal come contraltare: Paris e i Rise of Voltage, l’altra voce dello Stelvio

Mentre la pista si svuotava e gli atleti raggiungevano le zone miste, un dettaglio apparentemente laterale ha attirato l’attenzione di chi segue le biografie atipiche: Dominik Paris, nel tempo sottratto agli allenamenti e alle trasferte, è il frontman dei Rise of Voltage, una groove metal band con cui ha pubblicato due album — Time nel 2018 ed Escape nel 2024 — e per la quale sono già fissate date live a partire dal prossimo giugno -7. La sovrapposizione tra il discesista puro, quello che ha costruito la sua leggenda sulla capacità di restare in presa quando la pendenza diventa proibitiva, e il cantante che si produce in sonorità pesanti non è una semplice curiosità da rotocalco; restituisce piuttosto l’immagine di un professionista capace di abitare mondi distanti senza subire la frammentazione, anzi traendo da ciascuno di essi linfa per l’altro. Paris ha scherzato sulla circostanza, ammettendo di essere indubbiamente uno sciatore migliore di quanto non sia un cantante, ma ha anche rivendicato la serietà del progetto musicale, che procede in parallelo alla carriera agonistica ormai prossima — forse — alla conclusione -7.

Attese e presenze illustri: Girardelli atteso sulla neve che fu teatro dei suoi argenti

Nei prossimi giorni, la Stelvio ospiterà Marc Girardelli, il fuoriclasse nato austriaco e naturalizzato lussemburghese che proprio a Bormio, nei Campionati del Mondo del 1985, conquistò l’argento in slalom e il bronzo in gigante, iniziando quel percorso che lo avrebbe portato a cinque Coppe del Mondo generali e a due medaglie d’argento olimpiche ad Albertville 1992 -3-10. La presenza di Girardelli — oggi impegnato come consulente e organizzatore di eventi — assume il valore di un passaggio di testimone ideale tra generazioni, ma anche di un monito: la difficoltà di ripetere certi risultati, la consapevolezza che i cicli sportivi hanno durata imprevedibile e che il 2026, con i suoi trionfi, non costituisce un punto d’arrivo bensì una tappa. Von Allmen dovrà confrontarsi con la gestione della fama, Franzoni con la conferma, Paris con il crepuscolo di una carriera che questa medaglia ha reso definitivamente leggendaria; la Stelvio, impassibile, continuerà a mettere alla prova la tecnica e il coraggio di chi osa sfidarla.

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