Giovanni Franzoni e l’autoanalisi dopo il sesto posto: «Devo diventare un atleta completo». Il guaio all’attacco di Paris e il dominio dello svizzero Von Allmen
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Redazione Sport
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BORMIO – Il respiro della pista Stelvio, quella stessa Stelvio che solo pochi giorni prima lo aveva consacrato con una medaglia d’argento nella discesa, questa volta non ha sorriso a Giovanni Franzoni. Il bresciano, classe 2001, ha chiuso il supergigante olimpico al sesto posto, un piazzamento che letto in una classica classifica sarebbe comunque di pregio, ma che sulle nevi di casa assume il sapore amaro dell’occasione persa. La sua analisi, ed è questo che colpisce dell’atteggiamento del giovane azzurro, non si è fermata alla superficie del risultato. Franzoni ha sezionato la propria prestazione con il distacco di chi sa di avere ancora margine, e lo ha fatto partendo dai decimi – quei trentacinque centesimi che lo separavano dal podio – smarriti nel settore della Carcentina. «Nel tratto centrale dovevo stare più chiuso e meno sugli spigoli», ha raccontato, e la precisazione tecnica rivela una consapevolezza: non è mancata la gamba, ma la precisione del cesello -7.
A fare da contraltare alla riflessione dell’azzurro, e quasi a marcare il confine che separa un ottimo atleta da un fuoriclasse capace di entrare nella storia, c’è la figura di Franjo Von Allmen. Lo svizzero, ventiquattrenne di Lauterbrunnen con un passato da falegname e una famiglia segnata dalla perdita prematura del padre, ha compiuto l’impresa che solo Toni Sailer e Jean-Claude Killy avevano realizzato prima di lui: tre ori in tre gare consecutive alla prima partecipazione olimpica -3-8. Il suo superG, corso con il pettorale numero sette, non era partito con i favori del pronostico – lui stesso ammetteva di aspettarsi la prima gara senza medaglia – ma la fluidità della sua sciata sulla neve umida, unita a una potenza muscolare fuori dal comune, ha scavato un solco incolmabile per Ryan Cochran-Siegle e per il compagno di squadra Marco Odermatt, relegato al bronzo nonostante un avvio di frazioni in linea con il vincitore -2-8.
Il guasto invisibile: l’attacco di Paris e il mistero della talloniera Marker
La gara dell’Italia, però, non si è giocata solo sui centesimi persi da Franzoni nella parte centrale del tracciato. C’è un’altra storia, più tecnica e in qualche modo più inquietante per chi costruisce la velocità su lamelle e molle, ed è quella che riguarda Dominik Paris. Il veterano azzurro, reduce dal bronzo in discesa che aveva finalmente rotto il digiuno olimpico della sua carriera, è uscito di scena dopo appena quindici secondi e sei porte. Lo sci destro, un Dobermann SG della Nordica, ha semplicemente abbandonato il piede dell’atleta senza che vi fosse una caduta o una sollecitazione paragonabile a quelle che giustificano lo sgancio di sicurezza. Jorg Rudl, responsabile racing della Nordica, è stato netto nel circoscrivere il problema: l’attacco, prodotto dalla tedesca Marker, presentava un vizio occulto all’interno della talloniera. «Si è aperto nel momento sbagliato», ha dichiarato Rudl, escludendo tassativamente cedimenti strutturali dello sci o errori di montaggio. Il particolare, peraltro, non è di poco conto: Paris aveva utilizzato quello stesso paio di sci per una quarantina di volte nell’arco della stagione senza mai riscontrare anomalie -4.
L’episodio riapre, se non altro sul piano della cronaca, il tema complesso dell’affidabilità dei meccanismi di sgancio tridimensionale. Gli attacchi da gara, regolati al massimo dei trenta Din, rappresentano l’estremo opposto dei sistemi pensati per lo sciatore amatoriale; devono reggere forze torsionali enormi, ma devono anche – o forse dovrebbero – farlo senza tradire. La rottura di «qualcosa dentro l’attacco», come l’ha definita il responsabile Nordica, è un evento raro ma non impossibile, e il pezzo incriminato è già stato spedito in Germania perché la Marker possa svolgere gli accertamenti del caso. Resta, per Paris, l’amaro di una gara finita prima di cominciare; resta, per la squadra azzurra, l’ennesima dimostrazione di quanto lo sport ad altissimo livello sia anche, e talvolta soprattutto, una guerra di materiali -4.
Il riconoscimento del campione e il confronto generazionale
Se il risultato del superG ha allontanato Franzoni dal podio, lo stesso non si può dire del rispetto che il bresciano ha saputo guadagnarsi sugli spalti e tra i rivali. Alle 11,48, quando lo speaker ha annunciato la sua partenza, lo ski stadium di Bormio ha trattenuto il respiro. E non era solo il tifo italiano a fare da cornice: persino le folate di bandiere rossocrociate, arrivate numerose per sostenere il cannibale Von Allmen, si sono fermate in omaggio al passaggio di Giovanni. C’è una forma di agnizione, nel riconoscere la statura di un atleta anche quando non vince, che forse vale più di una medaglia. Franzoni, dal canto suo, non ha esitato a togliersi il cappello di fronte al suo coetaneo elvetico. Lo ha definito «un’ispirazione», ha parlato di una «settimana da leggenda» e ha ammesso di studiare la sua sciata per rubare quella scorrevolezza che ancora gli manca sulle nevi molli o trasformate -7.
Il confronto con Von Allmen, che ai Mondiali juniores del 2022 proprio in superG era stato battuto da Franzoni, fotografa l’evoluzione di due carriere che hanno preso strade diverse. Lo svizzero ha trasformato la potenza grezza appresa sui campi di motocross in una sciata iper-efficace; l’italiano sta cercando di colmare il divario tecnico nei tratti più sinuosi, quelli in cui la neve cede e non perdona le impuntature sugli spigoli -3. Sabato, nel gigante, ci sarà un’altra occasione. E Franzoni, forte di una fiducia che il sesto posto non ha scalfito, proverà a dimostrare che il processo di maturazione – quel «diventare un atleta completo» che si è imposto come imperativo categorico – è già in una fase avanzata.




