Milano Cortina 2026, Franzoni e il senso dell’attesa che diventa mestiere: «Devo diventare un atleta completo»

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Dicono che la neve molle non perdoni, e Giovanni Franzoni – all’indomani di un sesto posto che lascia l’amaro in bocca, specialmente quando hai assaggiato il metallo dell’argento appena quarantott’ore prima – lo ha imparato a sue spese sul tracciato dello Stelvio. Non era domenica, e nemmeno il giorno della consacrazione, ma il bresciano, classe 2001 e già medaglia d’argento nella discesa di sabato scorso, ha voluto comunque trasformare la prova del superG in un laboratorio a cielo aperto. «Ho lasciato qualche decimo nel tratto centrale – ha ammesso a caldo, con quella schiettezza che distingue chi non cerca alibi – dove forse dovevo stare più chiuso e meno sugli spigoli». La Carcentina, quel settore della pista che regala velocità o toglie sogni, lo ha tradito: lì ha accumulato un ritardo di sei decimi rispetto a Franjo von Allmen, il coetaneo svizzero che ormai incarna una sorta di antonomasia vivente dello sci perfetto. Eppure, nel dopo-gara, Franzoni non ha recriminato più di tanto; ha invece aperto il proprio taccuino mentale e ha cominciato a prendere appunti.

Perché se è vero che von Allmen – tre ori in tre gare, una tripletta che mancava dai tempi di Jean-Claude Killy – sembra sciare su un binario parallelo alla fisica, è altrettanto vero che Franzoni non lo osserva con la rassegnazione dell’eterno rivale, bensì con lo sguardo dello studioso. «Sto cercando di imparare qualcosa dal suo modo di sciare – ha spiegato – per diventare più veloce e, soprattutto, più completo». Ecco, il concetto di completezza: parola che nel lessico dello sciatore veloce suona quasi come un ossimoro, perché chi eccelle in discesa difficilmente si adatta alle geometrie contorte del superG, e chi domina sul duro fatica sul molle. Franzoni, invece, sembra voler sovvertire la regola non scritta. Il sesto posto, in quest’ottica, non è un passo falso, ma un fotogramma di un film più lungo. Ha retto la pressione, ha spinto fino in fondo, ha gestito una tensione che alle prime Olimpiadi potrebbe paralizzare anche i più esperti; e lo ha fatto con la mente sgombra, sciando «con libertà», come ha raccontato. Poi, certo, c’è stato il muro della neve umida, superficie che lui stesso ha definito non congeniale, e lì il confronto con lo svizzero – che invece quel muro lo ha attraversato come fosse aria – è diventato impietoso.

Ma se la pista, quella Stelvio che ha visto París inchinarsi al pubblico dopo una carriera intera spesa a rincorrere una medaglia olimpica, è stata teatro del dominio elvetico, è anche vero che Franzoni ha saputo costruire una narrazione diversa dalla mera classifica. L’approccio al superG, una disciplina che per sua natura richiede un compromesso esplosivo tra potenza e traiettoria, gli ha restituito la consapevolezza di non essere ancora il cannibale che forse sogna di diventare, ma nemmeno l’outsider spacciato. «In tre intermedi su quattro ero in linea con von Allmen – ha puntualizzato – e questo significa che la distanza non è abissale». E se la distanza si misura in centesimi, e quei centesimi si perdono in un unico settore, allora il lavoro da fare diventa chirurgico. Non serve rivoluzionare la tecnica, basta affinarla. Meno spigolo, più chiusura. Meno istinto, più controllo. Una lezione che Franzoni ha assorbito in diretta, quasi in simbiosi con quell’avversario che, ironia della sorte, ai Mondiali juniores del 2022 finiva dietro di lui.

Von Allmen, dal canto suo, prosegue imperterrito la sua marcia: tre gare, tre ori, un’imbattibilità che – per usare una sua espressione – richiederà tempo per essere davvero metabolizzata. Lo svizzero, falegname nell’anima e motocrossista nel tempo libero, ha portato sulla neve una filosofia quasi artigianale dello sci: costruisce traiettorie come pialla il legno, con pazienza e precisione. E Franzoni, che con lui condivide l’anno di nascita e la passione per la velocità, ha scelto di non subire il confronto, ma di metabolizzarlo come stimolo. Perché se l’obiettivo dichiarato è diventare un atleta completo – capace di adattarsi a ogni condizione, a ogni pendenza, a ogni tipologia di neve – allora bisogna passare attraverso sconfitte tecniche come quella del superG. Non drammi, dunque, ma dettagli. E i dettagli, si sa, sono l’unico vero campo di battaglia per chi vuole restare ai vertici.

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