Garlasco, il caso Poggi: dubbi sul Dna di Ignoto 3 e l’ipotesi della garza contaminata
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Redazione Interno
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La questione del Dna di Ignoto 3, emerso durante le indagini sull’omicidio di Chiara Poggi a Garlasco nel 2007, continua a dividere esperti e legali, riaccendendo polemiche che toccano non solo la validità delle prove ma anche i metodi utilizzati durante l’autopsia. Alberto Bonsignore, direttore di Medicina Legale al Gaslini di Genova, ha avanzato l’ipotesi che il campione genetico sconosciuto possa essere frutto di una contaminazione, gettando nuova ombra su un caso già intricato.
"Da quello che abbiamo potuto apprendere", ha spiegato Bonsignore nel corso di un’intervista a Zona Bianca, "nella relazione autoptica si parla di tampone orofaringeo, mentre sembrerebbe che il prelievo sia stato eseguito con una garza". Una discrepanza che, se confermata, solleverebbe interrogativi non marginali sulla gestione dei reperti. La garza in questione, infatti, potrebbe aver assorbito tracce biologiche da fonti esterne, incluso – come ipotizzato – il contatto con altri cadaveri presenti nella sala settoria.
La procura di Pavia, rappresentata da Fabio Napoleone, sostiene che non vi siano prove di contaminazione, ma Marzio Capra, consulente della famiglia Poggi dal 2007, contesta questa ricostruzione. "Come certi consulenti sappiano che la garza non era sterile è una domanda legittima", ha osservato l’avvocata Giada Bocellari, difensore di Alberto Stasi, già condannato in via definitiva per l’omicidio.
Le divergenze tra periti e investigatori si intrecciano con le tensioni tra le parti, mentre la caccia a Ignoto 3 – il cui profilo genetico emerse durante l’incidente probatorio – riapre ferite mai sanate. Se per alcuni si tratterebbe di un’anomalia tecnica, per altri quel Dna potrebbe essere la chiave per ridiscutere l’intera vicenda. Intanto, la procura prosegue le indagini su Andrea Sempio, nuovo indagato dopo la riapertura del caso, ma senza che alcuna certezza sia stata ancora raggiunta.




