Il sorpasso silenzioso: calano le imprese degli italiani, boom per quelle gestite da immigrati

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il tessuto produttivo italiano, quella fitta rete di piccole e medie imprese che da decenni rappresenta l'ossatura dell'economia nazionale, sta attraversando una mutazione silenziosa ma profonda, i cui contorni emergono con chiarezza dalle elaborazioni condotte dalla Fondazione Leone Moressa sui dati Infocamere forniti dalla Camera di Commercio di Venezia e Rovigo. Nell'arco dell'ultimo decennio, un periodo che ha messo a dura prova la capacità di tenuta del sistema industriale, si è registrato un andamento diametralmente opposto tra le aziende guidate da cittadini nati in Italia e quelle la cui conduzione è affidata a imprenditori arrivati da oltreconfine. Da un lato, le imprese riconducibili a titolari italiani hanno subito un arretramento significativo, segnando un calo del 5,2 per cento; dall'altro, le realtà produttive gestite da immigrati hanno fatto registrare un'inversione di tendenza altrettanto netta ma in positivo, con un incremento che sfiora il 21,3 per cento. Un divario che, tradotto in numeri assoluti, porta la fotografia scattata al termine del 2025 a contare quasi 800mila imprenditori nati all'estero, i quali rappresentano ormai il 10,8 per cento del totale degli attivi, e circa 600mila imprese a conduzione straniera, una quota che incide per l'11,9 per cento sull'intero panorama produttivo nazionale.

Il peso delle comunità e il primato di Cina e Romania

Analizzando la provenienza geografica di questi nuovi protagonisti dell'imprenditoria italiana, si scopre una geografia variegata che vede la Cina tornare saldamente al primo posto tra i paesi d'origine, superando di misura la Romania. Insieme, queste due comunità rappresentano oltre un quinto del totale degli imprenditori immigrati, con una propensione particolare per specifici comparti: se i titolari cinesi, dei quali uno su tre ha avviato un'attività in Italia, si concentrano storicamente nel manifatturiero e nel commercio, quelli romeni mostrano una marcata preferenza per il settore delle costruzioni, dove la loro presenza è ormai strutturale. A stupire, però, sono le dinamiche di crescita nell'ultimo anno: comunità come quella albanese, moldava e ucraina hanno fatto segnare incrementi a doppia cifra, rispettivamente del 5,4, del 6,9 e del 7,3 per cento, segno di una spinta propulsiva che non accenna a esaurirsi. Un discorso a parte merita la composizione di genere, con oltre 220mila donne immigrate alla guida di un'impresa; la componente femminile raggiunge punte superiori al 70 per cento tra le titolari provenienti da Thailandia, Bielorussia e Lituania, a testimonianza di come l'iniziativa economica straniera porti con sé anche modelli sociali differenziati.

Territori trainanti: il boom della Liguria e la tenuta del Nord Est

La crescita dell'imprenditoria immigrata non è un fenomeno omogeneo, ma si addensa con maggiore intensità in alcune aree geografiche specifiche, che diventano così laboratori avanzati di questa trasformazione. La Liguria, in questo senso, si distingue come la regione con la più alta incidenza di imprenditori stranieri sul totale della popolazione attiva, un primato che trova la sua punta di diamante nella provincia di Imperia, terza in Italia per concentrazione, e nella città di Genova, dove nell'ultimo decennio il numero di imprenditori nati all'estero è cresciuto del 40,1 per cento, un dato che contrasta con il contemporaneo calo dell'11,2 per cento registrato tra gli imprenditori genovesi doc. Scendendo lungo la penisola, è la provincia di Prato a consolidare il suo storico primato, con un'incidenza che supera il 32 per cento grazie alla fortissima concentrazione della comunità cinese, mentre nel Nord Est spiccano i dati di Trieste e Reggio Emilia. Un focus a parte merita l'area di Venezia e Rovigo, dove l'analisi della Camera di Commercio evidenzia come, nel solo territorio veneziano, le sedi di impresa a conduzione straniera abbiano fatto registrare un balzo del 3,9 per cento nell'ultimo anno e un impressionante +45,8 per cento se si allarga lo sguardo all'intero decennio.

I settori preferiti e il ricambio generazionale nei mestieri

Se si osserva la distribuzione settoriale di queste attività, emerge con chiarezza come l'imprenditoria immigrata vada a inserirsi in quei comparti che rappresentano da sempre il cuore del made in Italy, ma che spesso scontano una carenza di ricambio generazionale o un disinteresse crescente da parte dei lavoratori italiani. Il commercio si conferma il settore trainante, raccogliendo circa un terzo delle imprese straniere, seguito a ruota dall'edilizia, un ambito nel quale oltre un'impresa su cinque è oggi guidata da un titolare straniero e che continua a crescere nonostante il rallentamento generale del settore. Ma il fenomeno penetra in profondità anche in altri ambiti: nei servizi di alloggio e ristorazione, dove la quota di attività gestite da immigrati è ormai strutturale in molte città d'arte, e persino in agricoltura, dove il contributo della manodopera e dell'imprenditoria straniera raggiunge punte del 18 per cento in alcune regioni. C'è poi un dato che riguarda l'artigianato, un pilastro dell'identità produttiva nazionale: in province come Brescia, che si posiziona al settimo posto in Italia per numero di imprenditori immigrati con quasi 17mila unità, l'incidenza in settori tipici come la dolciaria raggiunge il 16 per cento, più del doppio della media nazionale, portando nuove competenze e approcci in mestieri tradizionali.

Un contributo economico che pesa sul Pil

Al di là dei numeri sulla demografia d'impresa, ciò che rende il fenomeno rilevante è l'impatto concreto che queste attività hanno sui conti economici del paese. Il Rapporto della Fondazione Leone Moressa presentato alla Camera dei Deputati quantifica in 177 miliardi di euro il valore aggiunto prodotto dai lavoratori stranieri, un contributo che incide per il 9 per cento sul Prodotto Interno Lordo nazionale, con punte che arrivano al 18 per cento in agricoltura e al 16,4 per cento nelle costruzioni. Un apporto che si traduce anche in termini di gettito fiscale: i 4,9 milioni di contribuenti immigrati, che rappresentano l'11,5 per cento del totale, hanno dichiarato redditi per 80,4 miliardi di euro e versato 11,6 miliardi di Irpef. Il dato diventa ancora più significativo se incrociato con la spesa pubblica: trattandosi di una popolazione mediamente più giovane e in età lavorativa, l'incidenza sulle voci di spesa per sanità e pensioni è limitata, tanto che il saldo tra entrate fiscali e contributive e uscite per il welfare risulta positivo per 1,2 miliardi di euro a favore dello Stato. Numeri che raccontano di un'imprenditoria che non si limita a ritagliarsi uno spazio, ma che partecipa attivamente al sostegno del sistema economico e demografico del paese, in un momento storico in cui l'inverno demografico mette a rischio la sostenibilità stessa del modello di welfare.

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