Musk contro Altman, la sfida dei miliardari che si gioca sui «soldi non richiesti»
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Economia
-
Nel tribunale federale di Oakland, dove si sta consumando una delle battaglie legali più costose e spettacolari della Silicon Valley, Elon Musk ha scelto di indossare i panni del filantropo tradito. L’uomo più ricco del mondo, che siede al banco dei testimoni con un abito scuro e un’aria da risoluto difensore del bene comune, ha riassunto la sua causa con una frase tanto perentoria quanto, a suo dire, semplice: «Hanno rubato un ente di beneficenza». L’accusa, rivolta a Sam Altman e al suo team di OpenAI, è infatti gravissima nei presupposti, se non altro per le cifre che la sostengono: si parla di un presunto tradimento della missione originaria dell’azienda (quella di sviluppare intelligenza artificiale per l’umanità senza scopo di lucro), un tradimento che Musk avrebbe finanziato con decine di milioni di dollari salvo poi scoprire, forse troppo tardi, di essere stato raggirato.
La posta in gioco, in questo scontro che vede coinvolta anche Microsoft come comprimaria, è quantomai alta. Musk non si limita a chiedere un risarcimento miliardario (le richieste oscillano tra i 130 e i 150 miliardi di dollari a seconda delle fonti, con l’obiettivo dichiarato di restituire il denaro alla fondazione no-profit originale), ma vuole un intervento radicale sulla struttura di OpenAI: bloccarne la trasformazione in un’entità a scopo di lucro e, cosa che suona quasi come una resa dei conti personale, rimuovere Sam Altman dalla sua posizione di vertice. È una resa dei conti, quella che si consuma in aula, che affonda le radici in una guerra di potere scoppiata nel lontano 2017.
Le clausole «non lette» e il peso di un’email dimenticata
La controffensiva legale di OpenAI, orchestrata dall’avvocato William Savitt, sta cercando di smontare pezzo per pezzo la narrativa del «miliardario tradito». La strategia è chiara: dipingere Musk non come una vittima ingenua, ma come un leader spietato che, non avendo ottenuto il controllo assoluto della società (e una fetta di equity che in una email del 2017 gli avrebbe garantito il 55% della società a scopo di lucro), se n’è andato sbattendo la porta. La testimonianza dell’imprenditore è stata contraddittoria su un punto cruciale: la lettura dei documenti. «Ho letto solo il Titolo, non le clausole scritte in piccolo», ha ammesso Musk a proposito degli accordi del 2017, una frase che la difesa di Altman ha certamente registrato come un’ammissione di negligenza.
A complicare ulteriormente il quadro, la memoria di Musk sembra vacillare quando si passa dalle parole agli atti concreti. Savitt ha portato alla luce una serie di email – vere e proprie schegge impazzite del passato – che mostrano un Musk molto diverso dall’idealista disinteressato che dice di essere oggi. In una di queste, l’imprenditore dava istruzioni precise ai vertici di Tesla e Neuralink per «prelevare» i migliori ingegneri da OpenAI, consapevole che i suoi ex soci «ci avrebbero voluto uccidere». C’è poi la questione dei finanziamenti: Musk giura di aver versato circa 38 milioni di dollari nella cassa della no-profit, ma le contestazioni incrociate rivelano anche un’interruzione volontaria dei pagamenti nel periodo caldo delle trattative.
La divagazione sulle criptovalute e l’ombra di Worldcoin
In questo contesto di reciproche accuse, una delle digressioni più curiose (e rivelatrici) del processo è arrivata quasi per caso, quando si è parlato di criptovalute e della fallita Initial Coin Offering (ICO) che OpenAI aveva considerato nel 2018. A dire il vero, il parere di Musk sul settore è stato tranchant: «Alcune hanno un merito, ma la maggior parte sono truffe». Una dichiarazione forte, che stride però con la biografia finanziaria dello stesso Musk. Non va dimenticato, infatti, che i suoi tweet hanno trasformato Dogecoin (una moneta nata come scherzo) in un asset da miliardi di dollari e che la sua azienda, Tesla, ha acquistato Bitcoin per 1,5 miliardi di dollari nel 2021.
La critica di Musk, sebbene generica, finisce inevitabilmente per accendere un riflettore scomodo anche sul progetto del suo avversario. Sam Altman, lo ricordiamo, è il fondatore di Worldcoin, quel progetto di identità biometrica globale basato sulla scansione dell’iride che ha subito un crollo verticale del suo valore (si parla di un -98% dal picco) mentre il mercato delle criptovalute, spinto dal ritorno di Trump alla Casa Bianca, raggiungeva nuovi massimi. L’ombra di questa rivalità personale rende quindi difficile prendere la lezione di Musk sul "buon uso" della finanza decentralizzata come un puro atto di moralità, apparendo piuttosto come un’ennesima frecciata avvelenata in un processo che, al momento, sembra aver bisogno di spettacolo tanto quanto di giustizia.




