Battaglia tra miliardari: Musk contro Altman, il processo che scuote OpenAI
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Economia
-
Quando due degli uomini più influenti della Silicon Valley si affrontano in aula, non è solo una questione di denaro, anche se le cifre in gioco farebbero tremare qualsiasi bilancio. Elon Musk, che da testimone ha definito se stesso uno “sciocco” per aver finanziato la creatura poi rivoltasi contro di lui, chiede alla corte federale di Oakland, in California, un risarcimento da miliardi di dollari: una parte sa di quei soldi dovrebbe essere versata da OpenAI, rea di aver tradito – secondo l’accusa – la missione no-profit originaria, mentre il resto graverebbe su Microsoft, colpevole di aver agevolato quel tradimento. Ma c’è di più, perché la causa non si limita al recupero di capitali: Musk pretende anche che venga bloccata la riconversione di OpenAI in un ente a scopo di lucro e, cosa ancora più personale, che Sam Altman venga rimosso dalla sua posizione di vertice all’interno dell’azienda. L’imprenditore, l’uomo più ricco del mondo, ha voluto chiarire un punto fondamentale, quasi a beneficio della giuria: per lui, questa vertenza non si combatte per i soldi.
Le clausole non lette e l’errore di un visionario
“Ho letto solo il titolo, non le clausole scritte in piccolo”. Con questa frase, secca e disarmante, Musk ha riassunto l’origine di gran parte dei suoi guai giudiziari. In abito scuro e cravatta, ha spiegato al tribunale come nel 2017 non si fosse accorto che l’organizzazione che aveva contribuito a fondare stava già allora avviando la trasformazione verso un modello profit. Un lapsus, il suo, che ha definito ingenuità: “Sono stato uno sciocco”, ha ripetuto, a offrire milioni di dollari a una società che, a suo dire, gli avrebbe poi voltato le spalle. La testimonianza, resa tra martedì e mercoledì di questa settimana, ha dipinto il ritratto di un magnate abituato a guardare l’orizzonte, ma che avrebbe trascurato i dettagli del contratto.
Il fronte interno di OpenAI: i testimoni che cambiano le carte in tavola
Le sorprese di questo processo, però, potrebbero non venire solo dalle dichiarazioni di Musk, bensì dalle deposizioni di due figure chiave di OpenAI: Greg Brockman e Ilya Sutskever. Il primo, attuale presidente dell’azienda, è tra i principali sostenitori del passaggio a una società con fini di lucro; in una nota interna risalente al 2018 scrisse che liberarsi di Musk offriva un “enorme potenziale di guadagno”. Il secondo, uno dei cofondatori insieme ad Altman e allo stesso Musk, fu l’autore di un memorandum di una cinquantina di pagine che, nel 2023, portò alla brevissima – e poi rientrata – rimozione di Altman dai vertici aziendali. Entrambi potranno fornire una versione dei fatti diametralmente opposta a quella dell’accusa, e i loro racconti rischiano di gettare luce su lotte intestine che finora erano rimaste confinate nei corridoi del potere tecnologico.
Miliardi, orgoglio e una promessa tradita
Ciò che Musk vuole far sapere a tutti, giuria compresa, è che la posta in gioco non è monetaria. Eppure, la causa chiede ufficialmente di costringere OpenAI e Microsoft a sborsare somme astronomiche, oltre a inibire per sempre la trasformazione profit dell’ente. L’accusa sostiene che Altman abbia tradito la missione benefica per la quale Musk aveva donato cifre ragguardevoli, trasformando un laboratorio di ricerca idealista in un colosso commerciale legato a doppio filo con Redmond. La difesa, prevedibilmente, ribatterà che senza quel finanziamento privatistico l’intelligenza artificiale generalista non avrebbe mai raggiunto gli sviluppi odierni. Nel frattempo, il tribunale federale di Oakland è diventato il palcoscenico di una resa dei conti epocale, dove le sorti di OpenAI – e forse dell’intero settore dell’IA – si giocano su clausole non lette, promesse disattese e l’orgoglio ferito di chi si è sentito sciocco.




