Musk contro Altman, il processo che scuote OpenAI: le carte nascoste e i testimoni scomodi
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Redazione Economia
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C’era una volta, e forse c’è ancora, un’idea nobile intorno all’intelligenza artificiale: svilupparla senza fini di lucro, a beneficio dell’umanità. Ma nel tribunale federale di Oakland, in California, quella nobiltà d’intenti – a dirla con le parole di chi quella fondazione l’aveva sostenuta – si è trasformata in una disputa legale dai contorni quasi grotteschi. Sul banco dei testimoni, Elon Musk, l’uomo più ricco del mondo, ha offerto una versione tanto disarmante quanto rivelatrice di ciò che accade quando miliardi di dollari iniziano a fare ombra alla retorica iniziale. La sua frase, consegnata ai giudici con un candore studiato, è destinata a restare negli annali di questa causa: «Ho letto solo il titolo, non le clausole scritte in piccolo». Così ha giustificato, nel 2017, di non essersi accorto che l’organizzazione da lui cofondata stava già allora avviando quel progressivo ma inesorabile passaggio verso una struttura a scopo di lucro. Un’ammissione, la sua, che pesa come un macigno sulla credibilità della contronarrazione, e che trasforma l’intero procedimento in una sorta di specchio deformante delle ambizioni della Silicon Valley.
La causa intentata da Musk contro Sam Altman, l’amministratore delegato di OpenAI, non è soltanto l’ennesimo capitolo di una faida tecnologica dai riflessi personali; è piuttosto l’occasione per osservare da vicino come i patti fondativi di un’impresa idealista vengano riscritti, di fatto, dalla necessità di sopravvivere sul mercato. L’accusa è chiara e, per certi versi, brutale: un inganno ai suoi danni, ordito per fare soldi tradendo la natura no-profit originaria. Ma il processo, che si preannuncia lungo e ricco di colpi di scena, potrebbe riservare le sorprese più amare proprio per chi oggi siede dalla parte dell’accusatore. E questo perché due testimoni chiave, chiamati a deporre nei prossimi mesi – Greg Brockman, presidente di OpenAI, e Ilya Sutskever, tra i cofondatori – custodiscono scheletri nell’armadio in grado di ribaltare la narrazione.
Brockman e il potenziale di guadagno senza Musk
Il primo, Brockman, è stato tra i principali promotori della trasformazione di OpenAI in società profit. E una nota interna del 2018, destinata a diventare un documento centrale nel dibattimento, lascia poco spazio a interpretazioni benevole: secondo quanto emerso dagli atti preparatori, Brockman scrisse che liberarsi di Musk – all’epoca già progressivamente ai margini delle decisioni operative – offriva un «enorme potenziale di guadagno». Non una divergenza strategica, insomma, bensì una valutazione economica spicciola che inficia proprio l’idea di una missione immacolata. Se questa dichiarazione emergerà in aula, la tesi di Musk – secondo cui OpenAI sarebbe stata gradualmente dirottata verso logiche di profitto alle sue spalle – potrebbe paradossalmente ricevere una conferma, ma a carico di chi quel passaggio lo ha attuato senza il suo consenso esplicito.
Sutskever e il memorandum che silurò Altman
L’altro testimone, Ilya Sutskever, porta con sé una vicenda ancora più intricata. Nel 2023, l’autore di un memorandum di una cinquantina di pagine – un documento che circolò silenziosamente nei consigli ristretti – fu il grilletto che portò a una brevissima, ma traumatica, rimozione di Sam Altman dai vertici della società. Quel testo, di cui ancora oggi non si conosce l’intero contenuto, provocò un terremoto interno durato pochi giorni, al termine dei quali Altman venne reintegrato e Sutskever progressivamente messo da parte. Ora, sul banco dei testimoni, Sutskever potrebbe essere interrogato non tanto sui motivi di quel tentativo di epurazione, quanto sul fatto che già nel 2023 – e quindi ben prima della causa di Musk – all’interno di OpenAI esistessero voci critiche verso la deriva commerciale. La sua deposizione rischia di diventare una lama a doppio taglio: da un lato, potrebbe dimostrare che i conflitti etici non sono nati con l’arrivo di Musk in tribunale; dall’altro, finirebbe per legittimare proprio il sospetto che il fondatore di Tesla ha sempre alimentato, cioè che OpenAI abbia smarrito la sua bussola.
Il rischio boomerang di una causa esemplare
Musk, in abito scuro e cravatta, ha scelto di presentarsi di persona. Un segnale di quanto tenga a questa battaglia, che per lui rappresenta anche una rivalsa personale dopo anni di reciproche frecciate pubbliche con Altman. Ma il rischio, per l’uomo più ricco del mondo, è che il processo si trasformi in un boomerang. Perché se è vero che lui stesso ammette di non aver letto le clausole scritte in piccolo, e che quindi ha firmato accordi senza verificarne le implicazioni, la sua stessa negligenza contrattuale potrebbe essere sollevata dalla difesa come prova della fragilità dell’intera azione legale. In altre parole: si può accusare qualcuno di aver tradito un patto, se quel patto lo si è accettato senza neppure conoscerlo? La risposta non è affatto scontata, e sarà uno dei nodi che il giudice federale di Oakland dovrà sciogliere. Quel che è certo, intanto, è che le deposizioni di Brockman e Sutskever – entrambi testimoni scomodi per più di una ragione – decideranno le sorti di una causa che, al di là dei verdetti, ha già ottenuto un risultato: mostrare al mondo quanto sia labile il confine tra l’etica a targhe alterne e la pura, spietata, ragioneria d’impresa.




