La ministra Bernini su caso Bari: "Parole della docente di Medicina inaccettabili, tradiscono la missione universitaria"

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Le dichiarazioni di una docente del semestre filtro alla facoltà di Medicina dell’Università di Bari, che avrebbe suggerito come la professione medica dovrebbe essere appannaggio esclusivo dei licei classico e scientifico, aggiungendo che un venticinquenne farebbe meglio a dedicarsi al recapito di pizze piuttosto che tentare il percorso universitario, hanno sollevato un’ondata di reazioni. L’episodio, verificatosi nell’ateneo barese, è stato portato all’attenzione pubblica dall’associazione studentesca Udu, la quale ha provveduto a segnalare formalmente l’accaduto dopo aver raccolto le testimonianze di diversi studenti presenti. Le affermazioni della professoressa, le quali sembrerebbero istituire una gerarchia tra i diplomi di accesso agli studi, rischiano di produrre, come sottolineato dai rappresentanti degli universitari, un pericoloso effetto demotivante su coloro che si apprestano ad affrontare un iter già di per sé selettivo e gravoso.

L'intervento della ministra Bernini

Sul caso è intervenuta direttamente la ministra dell’Università e della Ricerca, Anna Maria Bernini, la quale ha definito «inaccettabili» le espressioni utilizzate dalla docente. La titolare del dicastero ha rimarcato come simili posizioni rappresentino, a suo avviso, un tradimento dei principi fondanti dell’istituzione accademica. «Queste parole tradiscono la missione stessa dell'Università, fondata sul rispetto, sull'inclusione e sul valore del merito», ha affermato la Bernini, chiarendo come il sistema debba invece rimanere aperto a tutti coloro che dimostrino di possedere le capacità e la determinazione necessarie, a prescindere dal background scolastico o dall’età anagrafica.

Il dibattito sui semestri filtro e la meritocrazia

La questione tocca un nervo scoperto del dibattito sull’istruzione superiore, ovvero la reale funzione dei cosiddetti “semestri filtro”, concepiti per valutare la preparazione iniziale ma che, in certi casi, possono trasformarsi in un ostacolo percepito come insormontabile. Le parole della professoressa barese, che hanno circoscritto il potenziale di successo a un ristretto numero di percorsi formativi pregressi, sembrano porsi in netto contrasto con il principio meritocratico, il quale dovrebbe valutare le competenze effettive e l’impegno profuso durante il corso di studi, e non presupporre in partenza delle differenze incolmabili.

Una vicenda simbolo per l'università inclusiva

L’intervento della ministra, perentorio e carico di significato politico, segnala l’attenzione dell’esecutivo su una vicenda che trascende la singola affermazione per investire temi più ampi. Senza addentrarsi in speculazioni sulle conseguenze disciplinari, che spetteranno all’ateneo valutare, l’episodio di Bari riaccende i riflettori sulla necessità di preservare un ambiente formativo inclusivo, dove la selezione avvenga su basi trasparenti e oggettive, capaci di valorizzare il talento indipendentemente dalla sua provenienza.

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