Tensione a Jenin, spari vicino alla delegazione diplomatica: le versioni a confronto
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Redazione Esteri
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Alessandro Tutino, 35 anni, viceconsole italiano a Gerusalemme, era tra i trenta diplomatici, giornalisti e rappresentanti dell’Autorità palestinese che ieri mattina si sono trovati nel mezzo di un momento di forte tensione davanti al campo profughi di Jenin, in Cisgiordania. «Eravamo lì per una visita organizzata dal ministero degli Esteri palestinese – racconta –, quasi alla fine degli incontri istituzionali, quando abbiamo sentito gli spari». Sette colpi in aria, esplosi nei pressi del cancello giallo che segna l’ingresso al campo. «Non ho visto i soldati. È arrivato tutto all’improvviso».
La ricostruzione dell’episodio, però, divide le parti in causa. Secondo Ramallah, si è trattato di un «atto deliberato» da parte dell’esercito israeliano, che avrebbe «preso di mira» la delegazione. Il ministero degli Esteri palestinese ha diffuso un video in cui si vedono i diplomatici cercare riparo dietro le auto, accompagnato da una dura condanna verso quelle che definisce «forze di occupazione». Da Tel Aviv, invece, arriva un’altra versione: i militari sostengono che il gruppo non avrebbe rispettato il percorso concordato, avvicinandosi a una zona considerata operativa. Gli spari, affermano, erano solo un avvertimento per allontanarsi.
Tra i presenti, oltre a Tutino, c’erano ambasciatori e funzionari di Gran Bretagna, Francia, Canada, Cina, Russia e Unione Europea, oltre a rappresentanti di Paesi arabi. Nessuno è rimasto ferito, ma la dinamica ha alimentato polemiche. «Nessuno di noi è mai entrato nel campo – tiene a precisare il viceconsole –. Eravamo ancora fuori quando è successo».




