Omicidio Claris, il racconto dell’assassino: "Li ucciderei tutti"

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Redazione Interno Redazione Interno   -   "L’ho fatto per difendere la mia casa e la mia famiglia da una mandria di animali: mi fanno schifo, li ucciderei tutti". Con queste parole, Jacopo De Simone, 19 anni, ha spiegato al gip Maria Beatrice Parati il motivo che lo avrebbe spinto a uccidere Riccardo Claris, 26 anni, trafiggendolo con un coltello durante una rissa scoppiata per futili motivi legati a una discussione calcistica. Un gesto che, secondo il giudice, nascondeva non una legittima difesa ma "un intento di vendetta e di giustizia privata", come emerso durante l’interrogatorio di convalida dell’arresto.

La dinamica del delitto, avvenuto nelle prime ore del 4 maggio in via dei Ghirardelli a Bergamo, ricorda quella di altri casi di violenza apparentemente inspiegabile. L’autopsia, eseguita dal dottor Luca Tajana, ha rivelato che il colpo – inferto frontalmente, quasi in un abbraccio mortale – ha perforato il polmone e reciso l’aorta, lasciando a Claris poche possibilità di sopravvivenza. Un dettaglio che conferma la ferocia dell’atto, lontano da un’aggressione impulsiva.

Prima di scendere in strada per affrontare il gruppo con cui aveva avuto un alterco, De Simone era rientrato in casa, dove la madre aveva tentato invano di nascondergli i coltelli. Un tentativo di fermarlo, come lo stesso ragazzo ha ammesso durante l’interrogatorio con il pm Guido Schininà. Un gesto che dimostra come la rabbia fosse già esplosa, trasformando una banale lite in un epilogo tragico.

Il parallelo con il delitto di via Novelli, avvenuto quattro anni fa, è inevitabile. Anche allora, un giovane descritto come tranquillo – Alessandro Patelli – aveva reagito con violenza estrema a una discussione per motivi futili, uccidendo Marwen Tayari dopo una lite per gli scalini del portone. Due storie che, seppur diverse nei dettagli, rivelano lo stesso meccanismo: una rabbia repressa che sfocia in un gesto irreparabile, giustificato da un distorto senso di difesa.

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