Alice De André: “Mio nonno Fabrizio diceva le parolacce a quattro anni, Paolo Villaggio lo sgridava adolescente”
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Redazione Cultura e Spettacolo
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C’è un filo sottile, più sottile del cognome che inevitabilmente la precede, a legare Alice De André a quella Sardegna che il nonno Fabrizio amava definire come il suo “piccolo mal d’Africa”. Un legame che non si sfilaccia nemmeno davanti al palcoscenico, dove la nipote di Faber ha scelto di presentarsi con un titolo volutamente provocatorio, quasi una dichiarazione di intenti prima ancora che lo spettacolo abbia inizio: “Alice non canta De André”. Perché il punto, spiega lei, non è ereditare una voce o una chitarra, ma piuttosto quella fragilità ribelle e un modo tutto personale di raccontare storie. “Quando mi presento – racconta Alice in un’intervista al Corriere della Sera – e dico che faccio spettacoli, la prima reazione è sempre: ‘Ma quindi canti anche tu?’”. Una domanda che ha finito per trasformarsi essa stessa in uno spettacolo, il prologo obbligato di un’identità da ridefinire passo dopo passo, senza mai rinnegare le origini ma nemmeno lasciandosene imprigionare.
Il nonno mai conosciuto e il “mal di Sardegna”
Fabrizio De André, per Alice, è stato un nonno famosissimo che non ha mai avuto modo di conoscere davvero, eppure la sua presenza aleggia nelle canzoni che hanno segnato la vita della sua famiglia e di tante altre. È proprio in quella distanza – fatta di ricordi tramandati, di aneddoti quasi mitologici – che lei ha scelto di scavare per costruire il suo spettacolo teatrale, in programma il 18 aprile al Teatro del Carmine di Tempio Pausania, il 15 maggio al Teatro Off Off di Roma e il 27 maggio al Teatro Gioiello di Torino. “Parlo del grande Faber, e lo faccio a modo mio”, chiarisce Alice, sottolineando che non c’è alcuna intenzione di mettersi a cantare. Quello che porta in scena è un racconto, una narrazione che attinge a episodi di famiglia trasformandoli in materia teatrale. E la Sardegna, in questo racconto, diventa quasi un personaggio aggiunto: “Quello per la Sardegna è un piccolo mal d’Africa di famiglia”, dice, citando quasi inconsapevolmente l’amore del nonno per l’isola. Alice ci è nata, a Tempio, e ancora oggi ci trascorre almeno sei mesi l’anno, dividendosi tra le prove teatrali e la vita quotidiana in un luogo che sente profondamente suo.
“Recito, non canto”: la sfida di un cognome ingombrante
La scelta del titolo, in questo senso, è già una presa di posizione netta. “No, nessuna intenzione di farlo. Ho scelto questo titolo proprio per mettere subito le cose in chiaro”, ribadisce la nipote di Fabrizio, consapevole del peso che il suo cognome porta con sé ogni volta che sale su un palco o si presenta a un colloquio. L’approccio al teatro, per lei, è stato quasi una conseguenza naturale di quella domanda ripetuta all’infinito (“Ma quindi canti?”), una domanda che alla fine ha deciso di ribaltare facendone il motore di un progetto autonomo. “Mi chiamo De André ma non canto, recito”, ripete come un ritornello, ma è proprio in quel confine – tra l’eredità ricevuta e la strada da costruire – che trova la sua cifra artistica. Lo spettacolo, infatti, non è un recital di canzoni né un omaggio celebrativo, bensì un lavoro in cui Alice restituisce frammenti della vita di Faber attraverso la sua voce narrante e la sua presenza fisica, quasi a voler dimostrare che si può essere eredi senza per forza essere imitatori.
Le parolacce a quattro anni e l’amicizia con Villaggio
Nel racconto di Alice affiorano aneddoti che restituiscono un’immagine inedita e umana del nonno, lontana dall’icona. Come quello che vede protagonista un giovanissimo Fabrizio De André, appena quattro anni, intento a dire parolacce con una disinvoltura che lasciava di stucco gli adulti. A sgridarlo, in quell’occasione, fu un Paolo Villaggio ancora adolescente: un episodio che sembra quasi un curioso preludio a quell’amicizia che, negli anni a venire, avrebbe legato i due artisti. “Poi sono diventati amici”, ricorda Alice, tratteggiando il profilo di un rapporto fatto anche di sfide artistiche e di una complicità che si manifestava persino in competizioni ironiche, come quando i due si sfidavano nello “spettacolo da tre minuti”, un gioco che li vedeva misurarsi nella capacità di raccontare storie in un lasso di tempo ristrettissimo. È in questi particolari, in questi scampoli di vita quotidiana, che Alice cerca la materia del suo teatro: non la leggenda, ma le crepe della leggenda, gli aspetti più fragili e ribelli che sente di aver ereditato anche lei. E lo fa senza enfasi, come chi ha imparato che il modo migliore per onorare un nome così importante è, forse, smettere di subirlo e iniziare a raccontarlo con la propria voce.




