Fabrizio De André, il nonno mai conosciuto: Alice racconta il "mal di Sardegna" e l'amicizia con Villaggio
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Cultura e Spettacolo
-
Alice De André, nipote del celebre cantautore, ha scelto di farsi conoscere non attraverso le note – che pure hanno segnato la sua storia familiare – ma attraverso la parola e il palcoscenico. Il suo spettacolo, dal Titolo programmatico “Alice non canta De André”, andrà in scena il 18 aprile a Tempio Pausania, al Teatro del Carmine, per poi spostarsi il 15 maggio a Roma (Teatro Off Off) e il 27 maggio a Torino (Teatro Gioiello). Un titolo che, come spiega la stessa artista in un’intervista, è nato dalla necessità di rispondere a un interrogativo ricorrente: appena si presenta e dichiara la propria attività teatrale, chi la ascolta domanda quasi inevitabilmente se si esibisca anche in veste di cantante. “Quando mi presento e dico che faccio spettacoli, la prima reazione è: ‘Ma quindi canti anche tu?’”, racconta, costretta a ripetere “sempre lo stesso ritornello”. In quella domanda, però, ha riconosciuto il germe di uno spettacolo.
Il peso di un cognome e la scelta della parola
Portare il cognome De André, in Italia, significa confrontarsi con un’eredità artistica imponente, e Alice lo fa senza enfasi ma con una consapevolezza lucida. La scelta di non cimentarsi con il repertorio del nonno Fabrizio è netta e funzionale: “Parlo del grande Faber, e lo faccio a modo mio”. Non c’è traccia di intenzioni musicali nel suo lavoro, perché il racconto che ha messo in scena si basa sulla narrazione, sulla ricostruzione di un personaggio pubblico e privato che ha segnato la vita della sua famiglia e quella di tante altre persone. Una scelta che definisce il perimetro del suo intervento artistico: non una celebrazione nostalgica attraverso la musica, ma un’indagine intima e lucida su una figura che, paradossalmente, non ha mai avuto modo di conoscere direttamente.
L’eredità del “mal di Sardegna” e l’intesa con Villaggio
Il legame con la Sardegna emerge come un tratto distintivo, quasi genetico, della discendenza di Faber. “Quello per la Sardegna è un piccolo mal d’Africa di famiglia”, spiega Alice, riferendosi a quella connessione profonda che accomuna lei, suo padre Cristiano e, prima ancora, il nonno. Un filo conduttore che si traduce in una frequentazione assidua dell’isola: “Io ci sono nata, a Tempio, e ci passo almeno sei mesi l’anno”, racconta, rivelando anche dettagli della sua vita attuale legati al fidanzato, che ha avviato una scuola di vela a Porto Pollo.Dalla stessa intervista emergono aneddoti che restituiscono il ritratto di un Fabrizio De André meno distante e più umano, quasi ironico nella sua quotidianità familiare. Alice rievoca un episodio che riguarda l’infanzia del nonno, un dettaglio che svela una personalità già irriverente in giovane età: “Mio nonno Fabrizio De André diceva le parolacce a quattro anni, Paolo Villaggio era adolescente e lo sgridava”. Quel primo incontro, avvenuto in circostanze legate a un rimprovero per il linguaggio scomposto, sarebbe poi sfociato in un’amicizia duratura. Con Villaggio, che all’epoca era un ragazzo più grande, Faber condivise in seguito un rapporto di complicità e perfino di sfida, ritrovandosi a competere in quello che Alice descrive come “spettacolo da tre minuti”.
Fragilità e ribellione: il ritratto intimo di Faber
Lo spettacolo “Alice non canta De André” si configura quindi come un’operazione di restituzione intima, dove la protagonista si muove su un terreno ibrido tra la biografia e la memoria personale. L’artista definisce il proprio approccio attraverso due aggettivi – “fragile e ribelle” – che usa per descriversi e che, evidentemente, riconosce come un’eredità caratteriale ricevuta dal nonno. Lontana dal voler offrire una cronaca agiografica o una sintesi didascalica della vita del cantautore, Alice si concentra sugli aspetti meno noti, su quelle sfumature di personalità che il cognome illustre spesso rischia di appiattire in una dimensione puramente monumentale. La scelta di raccontare, invece di cantare, diventa così un atto di indipendenza, un modo per rivendicare una propria identità artistica senza rinnegare le radici, ma anzi, scavando in quelle radici con gli strumenti del teatro.
Il palcoscenico come spazio di chiarimento
Con le date già fissate a Tempio Pausania, Roma e Torino, il tour teatrale rappresenta per Alice De André l’occasione per definire una volta per tutte il rapporto con il proprio cognome, trasformando quello che inizialmente poteva apparire un limite (l’essere continuamente identificata con un parente celebre) in un punto di forza narrativo. La struttura dello spettacolo, come lascia intendere, parte proprio da quella domanda ricorrente per sviluppare un racconto più ampio, che non si limita alla figura di Fabrizio ma allarga lo sguardo al contesto familiare e umano che lo circondava. In questo senso, l’aneddoto con Paolo Villaggio non è un semplice retroscena, ma un esempio di come il mondo di De André fosse popolato da intellettuali e amici con i quali si costruivano relazioni autentiche, fatte anche di sfide e competizioni artistiche. Il palcoscenico diventa così il luogo dove mettere in scena non le canzoni, ma le storie che quelle canzoni hanno generato, restituendo al pubblico un ritratto inedito, costruito sulla parola e sull’assenza di mediazione musicale.




