Alice De André e il peso di un cognome: "Non siamo un salumificio, i miei volevano usassi uno pseudonimo"
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Redazione Cultura e Spettacolo
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“Mi chiamo Alice e nella vita faccio l’attrice, la conduttrice e la comica, spesso in modo involontario”. Con queste parole, e con l’ironia che ormai contraddistingue le sue apparizioni, Alice De André, ventiseienne nipote di Fabrizio e figlia di Cristiano, ha scelto il palco de Le Iene per affrontare un tema che la accompagna fin dalla nascita: il peso specifico, a volte persino paralizzante, di un cognome che in Italia è molto più di un semplice identificativo anagrafico. Quando dici De André, ha spiegato guardando dritto in camera, “non stai solo dicendo un cognome, stai accendendo un cero votivo”. È un’eredità cultuale, una specie di monumento immateriale che, nell’immaginario collettivo, detterebbe un destino già scritto, fatto di mandolini, sigarette e quei celebri vicoli di Genova che hanno fatto da sfondo alle storie di Faber. Un’iconografia alla quale lei, però, non ha mai sentito di appartenere del tutto, o meglio, alla quale ha deciso di non appartenere per intero -1-2.
La sua strada, infatti, si è distanziata nettamente da quelle del nonno e del padre, entrambi pilastri della musica d’autore italiana, e questo scostamento, a quanto racconta, genera spesso un autentico cortocircuito in chi la incontra. “Per molti sono l’ennesimo prodotto della linea De André & family”, ha proseguito nel suo monologo, “solo che non canto”. E qui scatta la domanda, sempre la stessa, carica di aspettative e di stupore: “Ma come, non canti?”. Una domanda che, nella sua semplicità, rivela quanto sia radicata l’equazione che lega il suo cognome a una specifica professione, quella del cantante. Una pretesa che Alice liquida con una delle battute più efficaci della serata, una di quelle destinate a rimanere impresse: “No, non canto. Non è una tradizione di famiglia, non siamo un salumificio” -1-3-6. Un paragone fulminante, quello con l’azienda a conduzione familiare, per sottolineare l’assurdità di considerare l’arte e il talento come un semplice patrimonio genetico da tramandare di padre in figlio, di nonno in nipote, come fosse una ricetta segreta o una bottega artigiana. “Dire che sei una De André e non canti è inconcepibile”, ha aggiunto, “è come scoprire che il figlio del fornaio è celiaco” -2.
Dietro l’ironia pungente, però, affiora una consapevolezza più profonda e personale, quella legata a un suggerimento ricevuto proprio tra le mura domestiche, forse per proteggerla o per semplificarle il cammino. La stessa famiglia, racconta Alice, le aveva proposto di adottare uno pseudonimo per smarcarsi da quelle associazioni automatiche e forse per farsi valere con le proprie forze, senza il peso ingombrante di quel cognome -1-3. Un’opzione che lei dice di aver preso in considerazione, vagliandola con attenzione, immaginandosi persino come “Andrea di Alice” o “Alice Andrede”, prima di scartarla definitivamente. Perché rinunciare a una cosa così bella per paura? Perché cancellare una storia che, seppur complessa da portare, è pur sempre la propria? -6 “Sono De André”, ha scandito bene, “ma prima di tutto sono Alice”. Ed è stato proprio per imparare a essere Alice, per scoprire che Alice può essere tante cose, che è stata costretta a fare un passo indietro e a uscire da quella scatola in cui altri l’avevano rinchiusa, quella scatola piena di stereotipi e di memorie che non le appartenevano direttamente -1-3.




