Delia cancella “partigiano” da “Bella Ciao” e Alice De Andrè attacca: «Così si sterilizza la memoria»
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Nel dibattito pubblico, che spesso si nutre più di esplosioni emotive che di riflessione strutturata, è deflagrato il caso legato all’esibizione della cantante Delia sul palco del concertone del Primo Maggio. L’artista, reduce dall’esperienza televisiva di X Factor, ha scelto di reinterpretare “Bella Ciao” – il canto simbolo della Resistenza italiana contro l’occupazione nazifascista – sostituendo deliberatamente una parola cardine del testo originale: laddove si canta “il partigiano”, Delia ha infatti intonato “essere umano”. Una modifica, questa, che ha immediatamente sollevato un polverone mediatico, dividendo l’opinione pubblica e chiamando in causa intellettuali, artisti e volti noti dello spettacolo.
A intervenire nella querelle è stata anche Alice De Andrè, attrice e, guarda caso, nipote di Fabrizio, che ha utilizzato il proprio profilo social per analizzare la vicenda con una lente meno superficiale di quella utilizzata finora. La sua riflessione, diventata virale in poche ore, non si è concentrata sulla mera performance musicale, quanto sul significato profondo di questa operazione lessicale. “La riflessione del giorno – ha scritto la De Andrè – è che abbiamo così paura di essere divisivi che stiamo iniziando a sterilizzare anche la memoria. A quel punto non è più inclusione, è amnesia con le buone maniere”. Con questa frase, l’attrice ha centrato il punto dolente della questione, sollevando il sospetto che dietro la ricerca di un linguaggio universale si nasconda, in realtà, una pericolosa rimozione delle specificità storiche.
Il peso specifico delle parole: Veronica Gentili e la critica alla “astrazione”
Se Alice De Andrè ha offerto una lettura quasi poetica del fenomeno, è stata Veronica Gentili, conduttrice de “Le Iene”, a fornire la disamina più stringata e realistica dell’accaduto, usando la sua consueta verve polemica. Gentili ha attaccato senza mezzi termini la scelta di Delia, sottolineando come “partigiano” ed “essere umano” non siano affatto sinonimi intercambiabili, ma concetti che appartengono a due piani etici distinti. “Partigiano ed essere umano sono due parole molto diverse – ha tuonato la Gentili – e non si possono sostituire proprio per nulla”. Nel dettaglio, la conduttrice ha spiegato che il partigiano incarna l’azione, la scelta di campo, il rischio concreto per la libertà altrui; al contrario, l’essere umano, nella sua accezione generica, indica semplicemente un individuo che esiste, che spesso si limita a subire gli eventi senza prendere posizione. Questa distinzione, che a molti potrebbe sembrare una sottigliezza da salotto letterario, tocca invece il nervo scoperto di una società che tenta di appiattire ogni conflitto e ogni merito in una melassa linguistica dove, come scrive il giornalista Simone Millimaggi, il carnefice e la vittima finiscono per sedere sullo stesso piano puramente biologico.
“Amnesia con le buone maniere”: l’analisi della De Andrè tra cronaca e memoria
La sostituzione della parola “partigiano” non è un caso isolato, ma si inserisce in un filone più ampio di riscrittura o “addolcimento” dei testi della tradizione, giustificato – come ha tentato di fare la stessa Delia – dalla volontà di essere “inclusivi” o di parlare ai conflitti del presente. La cantante siciliana ha difeso la sua scelta dichiarando di voler “allargare” il messaggio di “Bella Ciao” a tutte le guerre contemporanee, dai civili uccisi a Gaza fino ai conflitti in Ucraina e Iran, sostenendo che censura, per lei, non è voler allargare il significato, ma anzi, renderlo attuale. Tuttavia, come ha opportunamente osservato la professoressa Chiara Saraceno, “cassare la parola che costituisce il vivo del canto” produce il dubbio che la storia stia attraversando una “stagione difficile”, in cui si ha più timore di nominare un eroe che di offendere un vigliacco. Lo stesso Alessandro Gassmann, intervenuto sul caso, ha ribadito che “non si possono modificare le parole di Bella Ciao”, perché il partigiano è un essere umano che rischiando la propria pelle ha restituito la libertà, differenziandosi da chi quella libertà l’ha calpestata.
Dal conflitto alla melassa: quando la neutralità cancella l’etica
La vera questione sollevata dall’episodio, al di là della buona o cattiva fede dell’interprete, riguarda la deriva di un certo pensiero dominante che scambia la neutralità per virtù. Sostituire “partigiano” con “essere umano” è un’operazione di chirurgia storica che rimuove l’elemento qualificante: la militanza, lo schieramento, la disobbedienza civile. Nelle parole della sociologa Chiara Saraceno, così come in quelle di Simone Millimaggi sul Fatto Quotidiano, emerge un’evidenza comune: “Se riduciamo tutto all’appartenenza alla specie, annulliamo la scelta morale”. Oggi, a più di un anno dalla rielezione di Trump che ha ulteriormente polarizzato gli scenari geopolitici, l’Europa e l’Italia sembrano reagire paradossalmente con un tentativo di appiattimento linguistico che non aiuta a capire la complessità. La memoria, ci ricorda la De Andrè, non è un ornamento: se la si sterilizza per non urtare la sensibilità altrui, la si condanna all’oblio. E allora, ben venga la polemica se serve a ricordarci che una parola, quando viene cambiata, cambia anche il senso della realtà che dovrebbe descrivere.




