Delia cambia il testo di “Bella Ciao” al Concertone, Levante: «La parola partigiano non si tocca»
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Cultura e Spettacolo
-
Il primo maggio 2026, sul palco del Concertone romano, una giovane cantante siciliana, tale Delia Buglisi all’anagrafe, ha deciso di riscrivere un pezzo di storia – o almeno di provarci, azzardando una modifica che, a giudicare dal polverone sollevato, ha finito per oscurare buona parte della sua esibizione. Siamo lì, infatti, a chiederci se l’intenzione fosse davvero quella di onorare la festa dei lavoratori oppure di inaugurare una nuova corrente, magari definibile come “cretinismo inclusivo”, per usare la felice espressione di chi ha commentato l’accaduto. Lei, Delia, ha sostituito la parola «partigiano» con «essere umano» all’interno di “Bella Ciao” – quel canto partigiano per eccellenza, che della Resistenza italiana ha rappresentato il simbolo sonoro più potente e riconoscibile. Una scelta che, senza mezzi termini, molti hanno bollato come iconoclastia, altri come ingenuità, mentre pochi (forse nessuno) l’hanno difesa come gesto di autentica modernità.
Levante: «Un errore in buona fede, ma la gogna mediatica non serve»
A tornare sulla vicenda, a distanza di qualche giorno, è stata la cantante Levante, intervenuta a margine della conferenza stampa di presentazione del Roma Summer Fest 2026. «Per me la parola partigiano resta partigiano» ha dichiarato senza mezzi termini, chiarendo immediatamente la propria posizione rispetto alla polemica che ha investito la collega siciliana. Levante, che con Delia ha collaborato al brano “Al mio Paese”, ha voluto però distinguere tra il merito della questione e il metodo con cui la discussione pubblica l’ha trattata. La sostituzione di quel termine, a suo avviso, non è accettabile: «La polemica è giustificata, nel senso che quel brano lì non va toccato. Il partigiano è partigiano e non si tocca». Eppure, la stessa Levante ha aggiunto un’importante sfumatura, forse la sola capace di restituire umanità a un dibattito altrimenti ridotto a macelleria sociale. «C’è però da considerare – ha spiegato – come la gogna mediatica possa generare emotivamente uno stress che Delia non si merita». Una precisazione non da poco, che riconosce l’errore (di buona fede, lo definisce) senza però legittimare la furia collettiva.
L’iconoclastia secondo Levante: «Bella Ciao non si tocca»
L’intervento della cantante, in fondo, ricalca un principio elementare che la cronaca di questi anni ha spesso messo da parte: si può criticare un atto senza dover necessariamente distruggere chi lo ha compiuto. «Qualcuno ha parlato di iconoclastia – ha ricordato Levante – e credo che in qualche modo si possa essere d’accordo». Iconoclastia, parola pesante, che evoca la distruzione delle immagini sacre. E per molti, in effetti, “Bella Ciao” rappresenta proprio un patrimonio laico da preservare intatto, non diversamente da un affresco o da un monumento. Delia, forse, non lo aveva compreso fino in fondo. O forse lo aveva capito, ma ha creduto di poter aggiornare il lessico della resistenza a un’idea contemporanea di inclusività. Da qui la sostituzione: non più l’appartenenza a una parte – quella dei partigiani, appunto – ma l’universalismo vago dell’«essere umano». Peccato che, come è stato osservato, se siamo tutti esseri umani e quindi tutti uguali, si finisce per annullare proprio quella specificità storica, politica e morale che il partigiano incarna: chi ha preso le armi contro il fascismo, chi ha scelto da che parte stare.
Il rischio della riscrittura e il peso della buona fede
Resta, in tutta questa vicenda, un elemento di fondo che va oltre la singola esibizione. Levante lo ha messo a fuoco con una certa lucidità, parlando di «errore in buona fede». Perché l’ingenuità, si sa, non è un reato. E la delicatezza del primo maggio – una manifestazione che per definizione riunisce tante sensibilità – forse avrebbe meritato un trattamento meno brutale nei confronti di una giovane artista. Ma, al netto delle forme, il merito non cambia: “Bella Ciao” non è una canzone qualsiasi. È un atto di nascita della democrazia italiana, un documento sonoro che ha viaggiato per decenni senza che nessuno si sognasse di ritoccarne una virgola. Che qualcuno lo abbia fatto senza malizia, anzi con l’intenzione opposta – avvicinare, non offendere – è quasi più triste, perché rivela una rimozione del significato storico che nemmeno l’intenzione buona può giustificare. La polemica, insomma, resta legittima, come ha riconosciuto Levante. Ma forse andrebbe gestita con meno furore e più attenzione a ciò che si sta difendendo: non un semplice brano, ma la memoria di chi, senza quel nome («partigiano»), non avrebbe avuto altra identità.




