Delia e quel «partigiano» diventato «essere umano»: Levante difende la polemica ma non il gesto
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Il palco del Concertone del Primo Maggio, da sempre vetro più che sensibile per i simboli collettivi, è diventato il centro di una bufera che coinvolge la giovane cantante siciliana Delia, finalista di X Factor 2025. La sua esecuzione di “Bella Ciao” – un classico della Resistenza ormai stratificato in decenni di memoria pubblica – ha innescato un acceso dibattito dopo che lei, durante l’esibizione romana, ha sostituito la parola «partigiano» con «essere umano». Un’operazione testuale, apparentemente minimale, ma che ha scatenato reazioni a catena: dal web ai commenti di volti noti dello spettacolo e della cultura, come l’attore Alessandro Gassmann e lo psichiatra Paolo Crepet. Quest’ultimo, in un’intervista, ha definito la scelta «terrificante», parola che ha ulteriormente alimentato la tensione attorno alla vicenda.
Levante: «Quella parola lì non si tocca, ma la gogna è sbagliata»
A margine della conferenza stampa di presentazione del Roma Summer Fest 2026, la cantante Levante – che con Delia ha collaborato al brano “Al mio Paese” – ha provato a distinguere tra due piani: la legittimità della critica al cambiamento testuale e l’eccesso di aggressione collettiva. «Per me la parola partigiano resta partigiano», ha detto senza incertezze, aggiungendo che «la polemica è giustificata, nel senso che quel brano lì non va toccato». Qualcuno, ha osservato, ha parlato di iconoclastia, e «credo che in qualche modo si possa essere d’accordo». Tuttavia, Levante ha voluto separare il merito dalla forma: «C’è però da considerare come la gogna mediatica possa generare emotivamente uno stress che Delia non si merita». La cantante ha ribadito che Delia ha commesso un errore in buona fede, ma che il messaggio – sostiene Levante – le sia comunque arrivato. Quello che l’autrice di “Al mio Paese” non ama, ha precisato, è il linciaggio pubblico, non il dissenso di fondo.
«Non significa non prendere una posizione»: la difesa di Delia
La diretta interessata, nel tentativo di arginare la tempesta, ha spiegato la sua versione: «È stata una mia scelta – ha dichiarato –. Fare questo cambio non significa non prendere una posizione, ma allargare dato tutto ciò che sta succedendo in questi giorni». Una giustificazione che, nelle intenzioni, mirerebbe a innestare il canto partigiano dentro un orizzonte umanitario più ampio, ma che gran parte degli osservatori ha letto come una rimozione della specificità storica. Non si tratta, va detto, di un caso isolato di tensione tra tradizione resistenziale e linguaggi contemporanei: altri artisti, in passato, avevano già sperimentato riletture della canzone, suscitando reazioni meno violente. Stavolta, la tempesta perfetta è stata alimentata dal contesto mediatico e dalla rapidità con cui la performance è diventata virale.
Serena Brancale: «Disinneschiamo tutto» e il ruolo di Crepet
Nel coro di voci che si sono succedute, si è inserita anche Serena Brancale, con un invito a «disinnescare» la polemica anziché alimentarla. Ma il commento più duro, forse, è rimasto quello di Paolo Crepet: lo psichiatra, che da anni interviene su temi di costume e talento, ha definito la scelta «terrificante», scatenando un ulteriore fronte di discussione sulla presunta fragilità culturale delle nuove generazioni di artisti. Crepet, nel suo sfogo, ha collegato l’episodio a una certa deriva dell’idea stessa di talento, senza però addentrarsi in proposte operative. A differenza di Levante, che ha cercato di salvare l’artista senza salvare l’atto, Crepet ha liquidato il gesto come sintomo preoccupante.
La vicenda, ancora aperta nelle reazioni pubbliche, ha riacceso domande sul confine tra fedeltà a un simbolo e diritto alla rielaborazione artistica. Mentre Delia resta al centro di un’attenzione che non aveva chiesto, il dibattito sembra essersi fissato su una domanda secca: fino a dove si può modificare un canto che non è solo musica, ma anche memoria civile?




