Delia canta “Bella ciao” senza la parola partigiano, l’Anpi: “Un abuso”
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Doveva essere uno dei momenti simbolici del concerto del Primo maggio a Roma, in piazza San Giovanni. E invece, come spesso accade quando un’eredità culturale viene toccata con troppa disinvoltura, l’esibizione di Delia Buglisi si è trasformata in un caso destinato a far discutere a lungo. La cantautrice catanese, lanciata da “X Factor” e ora nuovamente al centro dell’attenzione nazionale, ha scelto di interpretare “Bella ciao” con una modifica non certo irrilevante: al posto della parola “partigiano” – che nella tradizione del canto della Resistenza rappresenta un’identità politica e storica precisa – ha sostituito “essere umano”. Una scelta che la stessa artista ha subito rivendicato come un gesto artistico, quasi un atto di universalismo contemporaneo, per «allargare il campo», come ha dichiarato ai giornalisti che l’hanno fermata subito dopo l’esibizione.
La spiegazione di Delia tra guerra e attualità
«È stata una mia scelta – ha spiegato la cantante –. Fare questo cambio non significa non prendere una posizione, ma allargare dato tutto ciò che sta succedendo in questi giorni. La guerra. Usare la parola “essere umano” fa capire che non è solo una cosa che riguarda il passato, quello che è successo in Italia con la Resistenza, ma qualcosa che succede ancora oggi». Un ragionamento, il suo, che parte da un presupposto tutto sommato comprensibile – l’attualità dei conflitti e della violenza nel mondo – ma che si scontra con la natura stessa del brano. Perché “Bella ciao”, va ricordato, non è una canzone generica contro la guerra: è un canto partigiano, nato dalla lotta contro il fascismo e l’occupazione nazista, e ogni sua parola ha un peso specifico, storico e simbolico. Delia ha provato a giustificare quella sostituzione come un tentativo di «allargare il messaggio al mondo», ma i primi a non gradire sono stati proprio i rappresentanti della memoria antifascista.
L’Anpi e la dura replica: “Un abuso”
Sul fronte opposto, come era facilmente prevedibile, è intervenuta l’Anpi, l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, che non ha usato mezzi termini: «Un abuso», hanno definito quella modifica. Per l’associazione, togliere la parola “partigiano” da “Bella ciao” significa snaturare completamente il senso del canto, riducendolo a un inno vago e sdolcinato, privo della sua radice resistenziale. «Non si tratta di chiudere il messaggio – hanno fatto sapere fonti interne – ma di rispettare la storia di chi ha combattuto. La canzone è già larga di per sé, perché è un omaggio alla memoria di chi ha perso la vita per garantire la libertà dall’oppressione». Un richiamo netto, che ha alimentato ulteriormente la polemica.
L’ondata social e le critiche al web
Nel frattempo, come sempre accade in questi casi, i social network sono esplosi. Migliaia di utenti hanno criticato la sostituzione, giudicandola quasi una censura mascherata da buonismo. «Non è allargando che si onora la memoria, ma ricordando chi è stato il partigiano», si legge in molti post. Altri, più sarcastici, hanno notato come “Bella ciao” sia già una canzone universale senza bisogno di modifiche. E c’è anche chi ha preso le difese di Delia, pur restando minoranza, sostenendo che l’arte abbia il diritto di rileggere i classici. La cantante siciliana, dal canto suo, non ha ritrattato: ha ribadito la sua posizione, senza però riuscire a spegnere un fuoco che divampa ormai da giorni. Una polemica che, al di là del merito artistico, rivela quanto sia ancora sensibile il rapporto tra memoria storica e linguaggio contemporaneo, e quanto ogni piccola modifica possa trasformarsi in un caso nazionale.




