Israele bombarda la Siria mentre riprendono gli scontri tra drusi e sunniti: la deterrenza che preoccupa Al Jolani
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Redazione Esteri
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«Avevamo due opzioni: una guerra aperta con Israele, a spese del nostro popolo druso e della stabilità regionale, oppure permettere agli anziani e agli sceicchi di riportare la calma, privilegiando l’interesse nazionale». Con queste parole, pronunciate con tono pragmatico, il presidente ad interim siriano Ahmed al-Sharaa, noto come Al Jolani, ha spiegato il temporaneo rientro dalla crisi che ha scosso la regione di Suwayda, teatro di violenze tra drusi e tribù sunnite. Un conflitto che rischia di minare la già fragile architettura politica della Siria post-Assad, dove le divisioni etniche e religiose, mai davvero sanate, tornano a esplodere con ferocia.
La scintilla è scattata venerdì, quando i clan sunniti fedeli ad Al Jolani, nella provincia nord-occidentale di Idlib, hanno lanciato un assalto contro le roccaforti druse nel sud del Paese. Gli scontri, rapidamente degenerati, hanno costretto Damasco a inviare l’esercito per evitare che la situazione sfuggisse di mano. Ma il cessate il fuoco, annunciato dopo ore di negoziati, è durato poco: già nella notte sono riprese le violenze, estese anche alla vicina Daraa, dove i beduini si sono uniti alla rivolta.
In questo quadro già instabile, l’intervento israeliano ha aggiunto un ulteriore elemento di tensione. Due giorni fa, i raid su Damasco hanno segnato un’escalation che va oltre la consueta strategia di contenimento verso l’Iran e Hezbollah. Stavolta, Tel Aviv sembra voler sfruttare le divisioni interne siriane per indebolire ulteriormente la presenza militare di Damasco nel sud, vicino al confine del Golan. Una mossa che, se da un lato mira a prevenire infiltrazioni jihadiste, dall’altro rischia di inasprire le frizioni tra le fazioni locali, già divise tra lealtà al governo e rivendicazioni autonomiste.
Al Jolani, ex comandante di Jabhat al-Nusra e oggi leader dell’amministrazione provvisoria di Idlib, si trova in una posizione delicata. Da un lato, deve mantenere il controllo sui gruppi sunniti più radicali, dall’altro non può permettersi un conflitto aperto con Israele, che minaccerebbe il già precario equilibrio della regione. Le sue dichiarazioni, improntate a una cauta realpolitik, rivelano la consapevolezza di un rischio concreto: che la spirale di violenza tra drusi e sunniti finisca per indebolire la sua autorità, aprendo la strada a nuovi attori, pronti a sfruttare il caos.




