La metamorfosi targata Spalletti e quella «ribellione alla normalità» che riscrive il destino della Juve
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Redazione Sport
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La vittoria per 2-0 contro il Bologna, consegnata ai tabellini dalle reti di David e Thuram, non rappresenta soltanto l’ennesimo risultato utile consecutivo per la Juventus bensì il manifesto tecnico e psicologico di una squadra che, sotto la guida di Luciano Spalletti, sembra aver smarrito ogni timore reverenziale verso il proprio passato recente. Il tecnico toscano, visibilmente soddisfatto al termine del match del "Continassa" – un successo che consolida il quarto posto con cinque lunghezze di vantaggio su Roma e Como – ha utilizzato parole dense di significato per descrivere quella che ha definito una vera e propria metamorfisi interiore. «Dovevamo ribellarci alla normalità», ha dichiarato a caldo, «perché siamo di livello assoluto». Un’affermazione, quest’ultima, che non suona come semplice retorica post-partita, ma come presa d’atto di un cambio di passo evidente sul terreno di gioco.
La partita, sbloccata nei primi minuti dall’attaccante David – il quale, va detto, senza quel gol lampo avrebbe rischiato di essere eletto il peggiore in campo – ha mostrato due facce della stessa medaglia bianconera. Da un lato la concretezza chirurgica di chi colpisce quando il match è ancora in fase di assestamento; dall’altro la solidità difensiva impersonata da Bremer, la cui valutazione (7 in pagella) racconta di una prestazione capace di annullare l’attaccante avversario Castro (fermato a 5). La sensazione, maturata nel corso dei novanta minuti, è che la Juve abbia finalmente trovato un equilibrio tra la spinta offensiva e la copertura, un equilibrio che nelle settimane precedenti era parso più un’aspirazione che una realtà.
Un terzo successo consecutivo che vale molto più di tre punti
Con questo tris di vittorie in campionato, la squadra di Spalletti ha ribaltato le gerarchie implicite di una classifica che, solo un mese fa, la vedeva costantemente braccata. Oggi il margine sulle inseguitrici è aumentato, ma il dato più rilevante – e forse meno scontato – riguarda la distanza dalla vetta: il secondo posto, occupato da Milan e Napoli, dista appena tre lunghezze. In altre parole, la corsa alla prossima Champions League non è più un’ansia da gestire, bensì un obiettivo alla portata, favorito anche dal calendario che riserva lo scontro diretto con i rossoneri nell’imminente turno infrasettimanale. Spalletti, che in passato è stato spesso criticato per la gestione delle pressioni nei momenti decisivi, stavolta ha ribaltato la narrazione: la sua squadra non subisce l’evento, lo governa.
Le pagelle come specchio di una ritrovata identità
Analizzando i voti assegnati ai singoli, emerge un quadro nitido. David, pur con la sua sufficienza tirata per i capelli (7 grazie al gol), e Thuram (7) rappresentano le punte dell’iceberg di un collettivo che funziona perché ogni reparto si assume le proprie responsabilità. Bremer, con un 7 pieno, ha di fatto cancellato Castro, offrendo una lezione di marcatura e anticipo. Dall’altra parte, il Bologna è uscito dal campo con la consapevolezza di aver incontrato una squadra che, nel giorno in cui ha deciso di «ribellarsi alla normalità» – per usare ancora le parole di Spalletti – ha semplicemente alzato il proprio standard di rendimento senza mai abbassare la tensione. La gara, dopo il vantaggio lampo, è scivolata su binari tecnici controllati: maggior possesso palla, minor sofferenza, nessuna delle tradizionali amnesie difensive che avevano costellato l’inizio di gestione.
Numeri e scenari a cinque giornate dal termine
Mancano cinque turni alla fine della Serie A, e la Juventus si trova in una posizione paradossalmente più comoda di quanto molti pronostici estivi avessero ipotizzato. Il quarto posto, blindato dal +5 su Como e Roma, offre un cuscinetto rassicurante, ma la vera notizia – quella che trapela dalle dichiarazioni post-partita – è un’altra: la squadra ha smesso di giocare per non perdere e ha iniziato a giocare per vincere. Spalletti, nel suo intervento, non ha fatto mistero di aver lavorato sulla testa dei giocatori almeno quanto sulla tattica. «Siamo di assoluto livello», ha ripetuto, quasi a voler fissare un’identità che in precedenza appariva incerta. La metamorfosi Juve, insomma, non è solo il frutto di un mercato azzeccato o di un modulo ritrovato, ma di una ribellione culturale: quella contro l’idea che la normalità debba essere accettata come un destino.
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