Giro, il fiuto di Bramati e la pazienza di Magnier: quando la volata è un’arte (e si vince due volte)
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Redazione Sport
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C’è un momento, in corsa, in cui il corridore pensa d’averla gettata alle ortiche, la tappa, d’essersi fatto sfuggire l’attimo decisivo per un’inchino, un colpo di reni non perfetto o una ruota sbagliata. Paul Magnier, che di anni ne ha appena ventidue e una vita già divisa tra il Texas natale e la zona di Grenoble, quel momento l’ha attraversato senza lasciarcisi intrappolare: non si è perso d’animo, e per questo ha vinto. Due volte, per l’esattezza, in questo Giro d’Italia. L’ultima, la terza tappa, la frazione pianeggiante di 175 chilometri da Plovdiv a Sofia, l’ha regalata al suo direttore sportivo Davide Bramati e a tutta la Soudal Quick-Step con una volata al fotofinish che ha riscritto le gerarchie dello sprint, lasciando sul posto Jonathan Milan (Lidl-Trek) e l’olandese Dylan Groenewegen (Unibet Rose Rockets).
Bramati vede, Bramati fiuta: il talento non è mai un caso
Me ne parlava, da tempo, Davide Bramati – che di corridori sotto il naso ne ha visti passare tanti e per quelli ha un fiuto che rasenta la preveggenza. Lui osserva, valuta, segue; non insegue mai l’onda, la anticipa. E con Magnier, che a Burgas aveva già fatto sussultare il plotone approfittando di una maxicaduta a 650 metri dalla fine (e lì era stato perfettamente pilotato da Stuyven), il rapporto è diventato subito una di quelle sintesi rare tra esperienza e audacia. Bella coppia, bella squadra, si potrebbe dire. Magnier ascolta, impara e alla fine vince: non chiamatelo più sorpresa, perché la sorpresa dopo due volate nette in un grande giro diventa statistica, e la statistica profuma di futuro.
L’arte di non perdersi d’animo: il ragazzo che sa attendere
La prima volata, quella condizionata dalla caduta, se l’erano giocata in pochi: Magnier c’era, ha colpito ed è stato netto. Ieri, a Sofia, l’occasione sembrava invece sfuggirgli tra le dita – il treno che non partiva, lo slancio che si spezzava – invece lui ha tenuto la traiettoria, ha aspettato il suo metro e lo ha bruciato tutti. Milan beffato nuovamente in volata, secondo ancora una volta. Per il friulano della Lidl-Trek è la seconda doccia fredda consecutiva, segno che le gerarchie finora certe si stanno incrinando. Magnier ha stoffa da vendere, e si vede a occhio nudo: non s’innervosisce, non forza l’allungo prima del tempo, sa che la volata è un’equazione che si risolve negli ultimi cento metri, non prima.
Nato in Texas, cresciuto in Francia: il velocista che arriva da lontano
Vive nella zona di Grenoble, ma è nato in Texas: un’anima ibrida per un corridore che sembra non avere punti deboli. Ha cominciato questo Giro d’Italia con l’intenzione chiara di riscrivere le gerarchie tra i velocisti, e finora ne ha azzeccato ogni mossa. La terza tappa, l’ultima in Bulgaria prima dell’arrivo in Italia previsto per martedì, gli ha consegnato il secondo successo personale in questa edizione della corsa rosa. E mentre gli altri si chiedevano se il momento fosse già passato, lui l’ha afferrato. Non c’è nulla di casuale, in tutto questo: c’è Bramati che vede e fiuta, c’è Magnier che ascolta e impara. Quando si dice “lavoro di squadra”, spesso si abusa della parola. Qui no: qui è solo geometria applicata alla bicicletta, e funziona.




