Mini pacchi, il conto arriva a 5 euro: il dazio Ue si somma alla tassa italiana dal 1° ottobre

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La prospettiva di un doppio prelievo sui mini pacchi provenienti da Paesi extra Unione europea ha ricevuto una chiara definizione: il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti ha confermato che, salvo modifiche dell'ultima ora, a partire dal 1° ottobre 2026 il dazio doganale europeo da 3 euro si cumulerà con il contributo nazionale di 2 euro, portando il costo aggiuntivo minimo per ogni spedizione a 5 euro.

La precisazione, arrivata durante un question time alla Camera in risposta a un'interrogazione di Forza Italia (prima firmataria Deborah Bergamini), ha fugato i dubbi sulla possibile sovrapposizione delle due misure, chiarendo che si tratta di interventi con natura e finalità differenti.

Due misure, una sola spedizione: perché si cumulano

La confusione generata nei mesi scorsi, alimentata anche dai successivi rinvii del contributo italiano, era dovuta all'apparente somiglianza tra i due prelievi, entrambi definiti colloquialmente come "tassa sui pacchi". Il ministro ha tuttavia chiarito che il dazio europeo da 3 euro, già attivo dal 1° luglio 2026 in virtù del regolamento Ue 2026/382, rappresenta un provvedimento doganale temporaneo, una sorta di balzello forfettario introdotto per gestire il gettito dopo l'eliminazione dell'esenzione daziaria per le merci di valore inferiore a 150 euro.

Si tratta di una risposta alla crescita esponenziale del commercio elettronico, che ha portato all'ingresso nell'Unione di miliardi di piccole spedizioni, il 91% delle quali proveniva dalla Cina nel 2024. Il contributo italiano da 2 euro, invece, ha un'origine diversa: inserito nella Legge di Bilancio 2026 e più volte prorogato, serve a compensare gli oneri amministrativi che l'Agenzia delle Dogane deve sostenere per le operazioni di sdoganamento, controllo e gestione dei flussi di questi piccoli pacchi.

La loro diversa natura giuridica, come spiegato da Giorgetti, rende quindi possibile la loro applicazione congiunta.

Dal 1° ottobre 2026: il conto per i consumatori

L'architettura attuale prevede quindi che dal prossimo autunno, per una spedizione di valore non superiore a 150 euro, si debba pagare il dazio Ue di 3 euro, al quale si aggiungerà il contributo italiano di 2 euro. Un aspetto fondamentale, che incide sul costo finale, riguarda la natura non unitaria del dazio europeo: i 3 euro non vengono applicati una tantum per pacco, ma per ogni diversa categoria merceologica contenuta nella spedizione. Se un ordine contiene, ad esempio, un capo di abbigliamento e un prodotto elettronico, il dazio Ue salirà a 6 euro, cui andranno sommati i 2 euro italiani.

Il costo complessivo per una spedizione mono-prodotto, che tecnicamente grava sull'importatore, potrebbe quindi arrivare a 5 euro, ma la cifra potrebbe essere sensibilmente più alta per ordini con articoli eterogenei.

Le conseguenze economiche e le strategie di Bruxelles

Il ministro ha motivato la misura italiana come necessaria per far fronte a quella che ha definito "un'autentica invasione" di spedizioni di modesto valore dai Paesi asiatici, un fenomeno che rischia di danneggiare la distribuzione commerciale europea. L'obiettivo dichiarato è quindi duplice: da un lato, arginare un flusso ritenuto dannoso per i produttori locali, dall'altro, recuperare risorse per le casse statali, visto che la mancata applicazione del contributo italiano avrebbe già comportato un mancato introito di circa 122 milioni di euro nel secondo semestre del 2026.

L'introito del dazio Ue, invece, viene ripartito tra Bruxelles, che incamera il 75%, e lo Stato membro che effettua la riscossione, che trattiene il restante 25%. Il quadro rimane tuttavia in evoluzione: la misura italiana è stata inserita nel decreto Infrastrutture in corso di conversione, e alla Camera sono stati presentati emendamenti per chiederne l'eliminazione.

Inoltre, come ha ricordato lo stesso Giorgetti, la discussione prosegue e le decisioni future dovranno essere coordinate con gli altri Paesi europei, anche in vista di una futura tassa europea di gestione doganale che potrebbe entrare in vigore dal 2028.

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