Cairo e i dieci anni al Corriere: «Quel giorno in via Solferino, l’abbraccio con la storia e un calcio mai venduto»

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Il 3 agosto del 2016, Urbano Roberto Agostino Cairo, più noto semplicemente come Urbano Cairo, varcava per la prima volta la soglia di via Solferino 28 da nuovo presidente e amministratore delegato di Rcs MediaGroup.

Il pomeriggio seguente, alle 16, un portiere gli aprì il pesante portone a vetri; le immagini, quasi in dissolvenza, raccontano di un fotografo che scatta mentre parte un breve applauso, poi lo sblocco del tornello e la salita lungo la scalinata dove le storiche foto delle firme leggendarie del Corriere della Sera sembrano fare da corona a un passaggio di consegne destinato a durare un decennio.

Cairo, che si è sempre definito un editore “puro” – cresciuto alla scuola di Berlusconi, senza altri interessi economici se non quelli legati all’editoria e, va detto, al Torino calcio –, concesse subito un’intervista al suo stesso giornale, occupando due intere pagine, la 16 e la 17, in un faccia a faccia che allora apparve quasi come un atto di ingresso solenne nella storia del quotidiano più diffuso d’Italia.

L’eredità del nonno e la scintilla di una sfida imprenditoriale

Nell’intervista che il Corriere della Sera ha pubblicato il 2 agosto di quest’anno, a ridosso del decennale, Cairo ripercorre le tappe di un’avventura iniziata molto prima del 2016, quando ancora il suo nome era legato alla Cairo Communication, società quotata in borsa ormai dal 2000, e al lancio, nel 2004, di tre testate – Di Più, Di Più Tv e Diva e Donna – che rappresentavano il primo, concreto tassello di un disegno più ampio.

Ma è un ricordo familiare, e forse più intimo, a riemergere con forza in queste pagine: «Il Corriere di mio nonno Mario – racconta Cairo – fu la scintilla per la sfida di una Rcs risanata e vincente».

Quella frase, che rievoca la figura del nonno, lettore appassionato del giornale, diventa quasi il filo conduttore di un decennio in cui l’editore ha dovuto confrontarsi con le difficoltà di un gruppo editoriale in trasformazione, con i conti da ripianare e con la necessità di rilanciare un marchio che, nonostante la crisi della carta stampata, continua a rappresentare un punto di riferimento nel panorama dell’informazione italiana.

La gestione Rcs tra bilanci e strategie industriali

L’acquisizione di Rcs MediaGroup, dieci anni fa, non fu solo un’operazione finanziaria ma rappresentò il coronamento di un percorso che aveva già portato Cairo a La7 nel marzo del 2013 e, prima ancora, a rilevare il Torino Calcio nell’estate del 2005, quando la società era appena fallita, per rinominarla Torino FC e riportarla gradualmente in una dimensione competitiva.

Oggi, guardando indietro, l’editore sottolinea come il gruppo abbia intrapreso una strada di risanamento che passa attraverso il rilancio delle testate, la digitalizzazione e il contenimento dei costi, senza però mai rinunciare a quel legame fisico, quasi materico, con la redazione di via Solferino.

A dieci anni di distanza, il bilancio che Cairo traccia è complessivamente positivo, pur con tutte le sfide che un settore in profonda evoluzione impone; la sua gestione, spesso criticata per scelte ritenute troppo prudenziali, viene invece rivendicata come necessaria per garantire la sopravvivenza e l’autonomia di un pezzo fondamentale del sistema editoriale nazionale.

Il capitolo Toro: aperture e attese inascoltate

Tra le pagine dell’intervista, il capitolo calcistico occupa uno spazio significativo, non fosse altro perché la doppia veste di editore e presidente del Torino FC ha sempre alimentato discussioni e, talvolta, malumori tra i tifosi, che in più occasioni hanno contestato quelle che ritenevano priorità distanti dalle esigenze del club. Urbano Cairo, però, è chiaro e non usa giri di parole: «Il Toro, se arriva uno con i soldi e la passione giusta, posso anche venderlo. Ma non s’è presentato ancora nessuno».

Una dichiarazione che, da un lato, apre formalmente alla cessione della società granata, dall’altro sancisce di fatto la permanenza dell’imprenditore alla guida del club per il futuro prossimo, vista l’assenza di offerte concrete e credibili.

Le contestazioni della tifoseria, per quanto rumorose, non hanno scalfito la posizione di Cairo, che ribadisce come nessuna proposta sia mai arrivata sul suo tavolo, e che quindi la sua gestione proseguirà, almeno fino a quando non si presenterà quel profilo ideale che lui stesso ha delineato: una persona con solide risorse economiche e con quella passione autentica che, a suo dire, non può limitarsi a un semplice investimento finanziario.

Un decennio tra carta, calcio e continuità

Quello che emerge dal racconto dei dieci anni alla guida di Rcs è quindi il ritratto di un editore che ha saputo coniugare la tradizione di famiglia – quel nonno Mario lettore del Corriere – con una visione imprenditoriale fatta di acquisizioni, bilanci e scelte talvolta impopolari; e se il calcio rimane una passione che Cairo non nasconde, è altrettanto vero che l’eredità più pesante resta quella legata al destino di un quotidiano che, nonostante tutto, continua a essere letto e discusso nelle piazze e nei palazzi del potere.

Il 3 agosto 2026 segna dunque un traguardo che l’editore celebra senza particolari enfasi, quasi con la sobrietà di chi sa che il tempo, in fondo, è l’unico giudice imparziale. Le due pagine del Corriere, con le sue parole, restano lì a testimoniare un passaggio epocale per l’informazione italiana, mentre la porta di via Solferino 28, ancora una volta, si apre e si chiude su un presente che, per quanto complesso, sembra avere trovato nella continuità la sua ragione più profonda.

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