L'Unione europea resta indietro sulle materie prime per la transizione verde
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Redazione Economia
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La transizione energetica europea, quel vasto e ambizioso progetto per emanciparsi dai combustibili fossili, scontra un limite materiale e concreto, come attestano senza mezzi termini i magistrati contabili della Corte dei conti europea. Nella loro relazione speciale, dal Titolo emblematico “Le materie prime critiche per la transizione energetica – Una politica non certo solida come una roccia”, si delinea un panorama in cui l’approvvigionamento di quegli elementi essenziali – dalle terre rare al litio, dal cobalto al silicio di grado metallurgico – rimane precario e largamente insufficiente. L’obiettivo di un’autonomia strategica, indispensabile per non dipendere da attori esteri in un settore così delicato, appare oggi lontano, con il traguardo del 2030 che si avvicina senza che le azioni intraprese siano sinora risolutive.
Una dipendenza strutturale difficile da scalfire
Le analisi della Corte, che si basano su una solida mole di dati, evidenziano come i tre pilastri su cui dovrebbe reggersi una politica di sicurezza – la diversificazione dei fornitori, l’aumento della produzione interna e lo sviluppo di un’economia circolare efficiente – mostrino crepe profonde. La diversificazione, infatti, non ha prodotto i risultati sperati, lasciando l’Europa legata a poche fonti di approvvigionamento; la produzione interna, d’altra parte, è frenata da una serie di strozzature, che vanno dai lunghi iter autorizzativi alle questioni di accettazione sociale, senza dimenticare gli alti costi operativi. Quanto al riciclo, infine, esso continua a rappresentare una frazione marginale del fabbisogno complessivo, incapace per ora di incidere in maniera significativa sulla domanda.
La nuova cartina geografica del potere globale
Questa fragilità europea si inserisce in un contesto geopolitico mutato, dove il controllo delle risorse naturali torna a essere un fattore decisivo di influenza e di potenza, come ben spiegato nel volume “Geopolitica delle Terre Rare” di Paolo Gila e Maurizio Mazziero. Il potere del XXI secolo, si legge nell’opera, si misura sempre più nella capacità di detenere e governare l’accesso a quelle materie prime senza le quali settori nevralgici come quello energetico, digitale, aerospaziale e della difesa non potrebbero semplicemente esistere. Sono pochi, in fondo, i minerali che decideranno le sorti della competizione tecnologica mondiale, e l’Europa, al momento, non ne controlla la filiera.
Le implicazioni per la sovranità industriale europea
La posta in gioco, dunque, va ben oltre il semplice rispetto di una tabella di marcia per le emissioni di carbonio. Si tratta piuttosto della sopravvivenza di un intero modello industriale e del suo posizionamento in un mondo sempre più polarizzato. Senza un accesso sicuro e diversificato a queste risorse, infatti, qualsiasi piano per fabbricare batterie, produrre veicoli elettrici, installare turbine eoliche o pannelli fotovoltaici rischia di arenarsi, rendendo vani gli investimenti e lasciando il continente in una posizione di sudditanza strategica. La transizione energetica, per essere autentica e duratura, deve perciò fondarsi su catene di approvvigionamento resilienti, un compito che, secondo i controllori europei, richiede uno sforzo molto più incisivo e coordinato di quello osservato finora.




