Can Yaman: dalla scrivania dell’avvocato alla giungla di Sandokan, una trasformazione fisica e professionale
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Redazione Cultura e Spettacolo
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La sua storia, che oggi lo vede protagonista di una delle produzioni più costose e ambiziose della televisione italiana, affonda le radici in un ufficio di Istanbul, tra bilanci e codici finanziari. Can Yaman, infatti, prima di calcare un set e di perdere i dieci chili necessari a incarnare la Tigre della Malesia, aveva costruito un percorso diverso, laureandosi con il massimo dei voti e intraprendendo la carriera forense in uno degli studi legali più prestigiosi al mondo. «Per Sandokan ho perso dieci chili», racconta al Corriere, rivelando come la preparazione al ruolo sia stata un percorso di disciplina ferrea, fatto di rinunce e di una dedizione quasi monastica alla costruzione del personaggio. Un impegno che, va detto, è stato premiato dal pubblico: la fiction, che ha debuttato in prima serata su Rai1, ha infatti strappato un clamoroso 33.9% di share, polverizzando la concorrenza.
Il debutto travolgente e il dominio sugli ascolti
La prima puntata della serie, prodotta da Rai Fiction e Lux Vide, non ha semplicemente vinto il suo slot orario; ha dominato la serata televisiva, relegando il “Fratello” di Canale 5, condotto da Simona Ventura, a quote molto distanti. Il film trasmesso da Italia 1, persino un kolossal hollywoodiano, e quello proposto da Rai2 sono risultati secondari nel confronto, mentre tra i talk show è stato Massimo Giletti a primeggiare, superando gli spazi di approfondimento condotti da Corrado Augias e Nicola Porro. Un esordio, quello di Sandokan, che conferma il potere attrattivo della grande fiction storica e della figura carismatica di Yaman, il cui lavoro sul e sull’interpretazione è diventato un elemento centrale del successo dell’opera.
La genesi di un personaggio epico
La costruzione del mitico pirata, concepito dalla penna di Emilio Salgari, ha richiesto a Yaman un viaggio sia interiore che fisico, come lui stesso sottolinea nell’intervista, parlando di “ansie” e di “nuovi equilibri” da trovare. L’attore turco, del resto, ha vissuto un cambiamento di vita radicale, abbandonando una professione sicura per seguire un’intuizione improvvisa, una chiamata inattesa del mondo dello spettacolo che lo ha portato a ricostruire la propria identità. Un rapporto complesso con la fama, quello che descrive, fatto di luci ma anche di sacrifici enormi, come la drastica trasformazione del proprio fisico per aderire all’iconografia eroica del personaggio.
Il futuro e il desiderio di un ruolo “normale”
Nonostante il trionfo di pubblico e la perfetta identificazione con l’eroe romantico e atletico, Yaman guarda già oltre questa esperienza. Esprime, infatti, un desiderio che suona quasi come una provocazione dopo un impegno così totalizzante: «Nel prossimo ciak vorrei essere l’imbranato e non il figo». Una dichiarazione che svela la volontà di esplorare territori recitativi opposti, di cimentarsi con personaggi più comuni, fragili o goffi, lontani dall’aura leggendaria di Sandokan. Una sfida nuova, che dimostra come la sua ricerca artistica non si esaurisca nel successo di un formato, ma punti a una crescita continua, forse ispirata proprio da quella capacità di reinventarsi che lo ha portato dalla scrivania di un avvocato alle giungle immaginarie di una produzione televisiva di ampio respiro.




