Cisgiordania, il rapporto di Amnesty che parla di “pulizia etnica” e la morsa di violenza tra coloni e Hamas
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
Non si tratta, secondo l’organizzazione, di episodi sporadici riconducibili a “mele marce” o a coloni violenti che agiscono nel disordine generale, bensì dell’esito di una strategia statale coordinata: a quasi tre anni dall’inizio dell’attuale escalation, Amnesty International ha pubblicato un voluminoso rapporto di 149 pagine in cui accusa ufficialmente Israele di condurre una campagna di “pulizia etnica” nella Cisgiordania occupata, finalizzata – sostiene il documento – all’annessione esplicita del territorio palestinese.
Quello che i ricercatori descrivono, sulla base di interviste, analisi di video e dati governativi, è un meccanismo di pressione in cui ordini di demolizione, violenze armate da parte dei residenti degli insediamenti e il progressivo accerchiamento di villaggi interi costringono le popolazioni beduine e pastorali ad abbandonare le terre che hanno abitato per generazioni, con un’accelerazione drammatica registrata a partire dal 2023.
L’accusa di Amnesty: sgomberi forzati e complicità internazionale
Le cifre contenute nel rapporto – che ha analizzato 27 villaggi a rischio tra il 2023 e il 2025 – restituiscono l’idea di uno sradicamento sistematico: oltre cento comunità in Cisgiordania sono state svuotate totalmente o parzialmente, mentre quasi tremila palestinesi sono stati sfrattati a seguito della demolizione delle loro abitazioni da parte delle forze israeliane.
Secondo Amnesty, non si tratta di atti isolati; lo dimostrerebbe l’esistenza di decine di disegni di legge presentati alla Knesset (il parlamento israeliano) volti ad estendere la legge civile ai blocchi di insediamenti e la recente approvazione di misure che inaspriscono le pene, inclusa la pena di morte per i palestinesi condannati per attacchi.
La vicedirettrice per il Medio Oriente dell’associazione, Grazia Careccia, ha portato il caso concreto della comunità di Zanuta, letteralmente schiacciata tra l’esercito e la creazione di avamposti agricoli israeliani, dove – aggiunge – la situazione è esplosa proprio con l’arrivo dei coloni. “Quello che stiamo vedendo – ha dichiarato la segretaria generale Agnès Callamard – è un’annessione deliberata e sponsorizzata dallo Stato, che si svolge davanti agli occhi del mondo intero”.
La duplice morsa violenta: i coloni in Cisgiordania e Hamas a Gaza
Se a ovest del Giordano la minaccia arriva principalmente dai coloni – i cui attacchi, secondo i dati raccolti, sono cresciuti del 133% nel corso del 2025 – nella Striscia di Gaza i palestinesi si trovano invece stretti in una morsa di ferro opposta, quella dell’estrema repressione messa in atto dai gruppi armati locali.
Un rapporto parallelo pubblicato dalla Commissione d’inchiesta indipendente delle Nazioni Unite, presentato proprio in questi giorni, ha documentato una realtà altrettanto crudele: esecuzioni sommarie filmate pubblicamente, torture sistematiche con tubi di metallo e fratture delle ossa, punizioni corporali inflitte in strutture ospedaliere come il complesso Nasser di Khan Younis, il tutto giustificato dai carnefici come espiazione per presunti legami con Israele o saccheggi di aiuti.
La stessa Onu ha quantificato almeno 249 casi di violenza fisica estrema tra il 2024 e il 2026, con un bilancio di oltre cento morti; in almeno due occasioni, gruppi di uomini sono stati trascinati in piazze pubbliche a Gaza City e giustiziati davanti a una folla, un meccanismo che secondo gli inquirenti serve a instillare il terrore nella popolazione civile.
Questi abusi, rileva la commissione presieduta da Srinivasan Muralidhar, non avvengono però in un vuoto di potere: le forze affiliate ad Hamas hanno sfruttato il vuoto lasciato dai continui attacchi israeliani e la distruzione capillare della Striscia per riaffermare il proprio controllo con il pugno di ferro, mentre in Cisgiordania le autorità israeliane vengono accusate di fornire supporto logistico e una sorta di “scudo” ai coloni.
Il quadro che ne emerge è quello di una popolazione palestinese schiacciata da due fuochi opposti e complementari: da una parte i soldati e i civili armati dello Stato ebraico che mirano a espandere gli insediamenti, dall’altra i militanti di Hamas che reprimono ogni dissenso interno con modalità che l’Onu non ha esitato a definire “crimini di guerra”.




