Il Mes, da strumento di austerity a possibile salvatore per l'Ucraina

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Mentre la guerra d’aggressione voluta dalla Russia prosegue senza tregua, l’Unione Europea si trova a dover affrontare la spinosa questione di come reperire le ingenti risorse necessarie a sostenere l’Ucraina, la cui economia, stremata dal conflitto, dipende in maniera vitale dagli aiuti occidentali. Secondo alcune stime, ogni giorno di resistenza contro l’invasore costa a Kyiv una cifra astronomica, che si aggirerebbe intorno ai centocinquanta milioni di dollari, una somma che rende evidente l’impossibilità per il paese di farcela da solo. È in questo contesto di urgenza che la Commissione Europea, non sapendo più dove attingere, sta valutando di riesumare uno strumento che in passato è stato al centro di aspre controversie: il Meccanismo Europeo di Stabilità, quel Mes che, con le sue condizioni rigorose, fu accusato di aver strangolato la Grecia durante la crisi del debito sovrano. La stessa istituzione, il cui ruolo è stato a lungo dibattuto e la cui riforma è attualmente bloccata dal veto italiano, potrebbe dunque essere chiamata a un compito del tutto nuovo, trasformandosi da salva-Stati per economie in difficoltà a finanziatore di uno sforzo bellico.

Le strade senza uscita e una quarta opzione surreale

Alle “tre strade senza uscita” precedentemente delineate per finanziare Kyiv, se ne aggiungerebbe ora una quarta, definita da alcuni commentatori come ancor più surreale, che prevede appunto il ricorso al Mes. Questa opzione, emersa con sempre maggiore insistenza, si scontra però con la realtà di un’architettura finanziaria concepita per ben altri scopi e che molti, specialmente in Italia, guardano con profonda diffidenza. Parallelamente, Bruxelles sembra voler mettere l’elmetto persino a uno dei suoi principi cardine, la libera circolazione, lanciando l’idea di una “Schengen militare” per facilitare gli spostamenti delle truppe e dei materiali bellici attraverso i confini interni dell’Unione, una misura che testimonia la ricerca di soluzioni inedite di fronte a una crisi senza precedenti.

Il nodo della trasparenza e il vento delle inchieste

L’ennesima richiesta di fondi, si parla di altri settanta miliardi sollecitati dalla Presidente della Commissione Ursula von der Leyen, arriva in un clima politico sempre più teso, dove non mancano coloro che invocano maggiore prudenza. A gettare un’ombra sulla gestione degli aiuti sono le recenti inchieste giornalistiche e le segnalazioni, peraltro non ancora confermate, che parlano di possibili episodi corruttivi nell’area politico-economica ucraina. Questi fatti di cronaca, sebbene non direttamente legati all’uso del Mes, alimentano un dibattito sulla necessità di garantire una trasparenza assoluta nell’erogazione dei fondi, portando alcuni osservatori a chiedere l’istituzione di un comitato di controllo indipendente che vigili sull’impiego delle risorse.

Gli asset russi tra rischi e opportunità

Un altro capitolo complesso nella ricerca di finanziamenti per l’Ucraina riguarda il controverso utilizzo degli asset russi congelati in Europa. L’operazione, che da mesi è al centro di valutazioni da parte degli esperti, presenta un duplice volto: da un lato, offre l’opportunità concreta di destinare ingenti risorse alla ricostruzione e al sostegno militare di Kyiv, erodendo al contempo la capacità di Mosca di finanziare il proprio apparato bellico; dall’altro, comporta rischi giuridici e finanziari non indifferenti, che ne hanno finora rallentato l’attuazione. Si tratta di un prestito riparatore di proporzioni massive, il cui studio procede tra non poche incertezze, mentre l’Ucraina continua a fronteggiare attacchi ripetuti contro le sue infrastrutture energetiche e obiettivi civili.

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