Il Mes, dalla Grecia all'Ucraina: la svolta controversa di Bruxelles

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Mentre l'aggressione russa in Ucraina si protrae, consumando risorse a un ritmo che alcune stime calcolano in oltre cento milioni di euro al giorno, le capitali europee sono alla ricerca di strumenti finanziari sempre nuovi per sostenere Kyiv, la cui sopravvivenza economica, oltre che militare, dipende ormai interamente dagli aiuti occidentali. È in questo contesto di urgenza che la Commissione Europea, non sapendo più dove attingere risorse, sta riesumando un meccanismo che in passato, applicato alla crisi del debito sovrano, fu al centro di feroci polemiche per le sue condizioni rigorose: il Meccanismo Europeo di Stabilità. Quello stesso strumento che, secondo molti osservatori, contribuì a strangolare la Grecia con misure di austerità oggi viene indicato come una potenziale ancora di salvezza per le finanze ucraine, in un paradosso politico ed economico che non sfugge a nessuno. La riforma del Mes, del resto, è da tempo bloccata dal veto italiano, un nodo che ora Bruxelles si trova a dover sciogliere mentre la guerra infuria a est.

L'enigma dei beni russi e il prestito riparatore

Accanto alla riproposizione del Mes, prende sempre più Corpo l'ipotesi, definita da alcuni surreale, di utilizzare i proventi generati dagli asset russi congelati in Europa per finanziare un prestito massiccio a favore dell'Ucraina. Si tratterebbe di un'operazione senza precedenti, un "prestito riparatore" che, se da un lato rappresenta un'opportunità per aggirare l'impasse dei bilanci nazionali, dall'altro solleva interrogativi non semplici sulla sua fattibilità giuridica e sui rischi connessi. La stessa Kyiv, peraltro, nutre dubbi concreti sulla propria capacità di rimborsare in futuro cifre che si parlano essere nell'ordine dei 140 miliardi di euro, una somma che evidenzia la sproporzione tra le necessità immediate e le prospettive di lungo periodo di un paese devastato dal conflitto.

La "Schengen militare" e gli accordi bilaterali

Parallelamente alle intricate manovre finanziarie, l'Unione prova a darsi una dimensione strategica più compatta, arrivando a ipotizzare una sorta di "Schengen militare" per facilitare lo spostamento delle truppe e dei materiali attraverso i confini interni. Una iniziativa che, sebbene appaia come una logica conseguenza dello sforzo bellico, incontra non poche difficoltà pratiche e politiche. Nel frattempo, i leader ucraini stringono accordi bilaterali cruciali, come quello siglato con la Francia, che prevede, tra l'altro, l'acquisizione di un centinaio di velivoli da combattimento Rafale, un segnale chiaro di come il supporto militare proceda su binari molteplici, sia comunitari che nazionali.

La realtà dei conti e la pressione sul fronte

Le stime della Commissione Europea, che calcolano il fabbisogno finanziario esterno dell'Ucraina per i prossimi anni in oltre settanta miliardi di euro, dipingono un quadro di dipendenza economica assoluta, mentre sul terreno le operazioni militari russe continuano a esercitare una pressione costante. La situazione, nel suo complesso, delinea uno scenario in cui la risposta europea, sebbene articolata, fatica a tenere il passo con una guerra di logoramento che impone costi umani e materiali crescenti, spingendo le istituzioni a ripescare strumenti del passato e a immaginarne di nuovi in una corsa contro il tempo dettata dalle esigenze del fronte e dalla crisi delle casse di Kyiv.

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