Il paradosso della manifattura italiana, tra primati europei e freni strutturali
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Redazione Economia
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Nonostante i venti contrari delle crisi energetiche e le sfide imposte dalla doppia transizione, ecologica e digitale, la manifattura italiana continua a rappresentare, come evidenziato dall'ultima analisi del Centro studi di Confindustria, una colonna portante dell'economia nazionale. Questo settore, che si conferma l'ottava potenza a livello globale e la seconda in Europa per dimensioni, genera da solo il 15% della ricchezza prodotta nel Paese, una percentuale che, se si considera l'intera filiera dell'indotto, arriva a toccare quasi un terzo del Pil. Un contributo, quest'ultimo, che va ben oltre la mera produzione, estendendo la sua influenza a macchia d'olio sull'intero sistema economico.
I punti di forza di un sistema resiliente
La robustezza del comparto industriale emerge con chiarezza da diversi indicatori chiave, i quali, se da un lato ne misurano il peso, dall'altro ne spiegano la capacità di competere. È la manifattura, infatti, a realizzare da sola la metà dell'intera spesa nazionale in ricerca e sviluppo e a assorbire il 35% degli investimenti in macchinari e attrezzature. Questa propensione all'innovazione e al rinnovo degli impianti, unita a livelli di produttività sistematicamente più alti rispetto al resto dell'economia, si traduce in una capacità retributiva superiore alla media: i salari che corrisponde, secondo i dati del 2024, sono del 20% più elevati di quelli del settore servizi, del 21% rispetto a quello delle costruzioni e del 14,5% in più della media complessiva.
La competitività che supera i grandi rivali
La vitalità delle imprese si misura, tuttavia, soprattutto sulla scena internazionale, dove l'Italia ha saputo ritagliarsi una performance invidiabile, superando persino i principali concorrenti continentali. Nel periodo compreso tra il 2015 e il 2024, le esportazioni manifatturiere italiane sono cresciute a un tasso medio annuo del +2,4%, un dato che lascia indietro quello tedesco, fermo all'+1,1%, e ancor più quello francese, che si attesta a un modesto +0,8%. Un successo che, come sottolinea Alessandro Fontana, direttore del Centro studi di Confindustria, non è più riconducibile a mere logiche di prezzo: «sul fronte manifatturiero le nostre imprese conquistano spazi rispetto a quelle di altre economie, perché hanno aumentato la qualità dei prodotti».
Le ombre che incombono sul futuro
Proprio in questo successo, però, si annida il paradosso più stridente del sistema produttivo italiano. Alla forza espressa sui mercati esteri e alla solidità finanziaria – le imprese investono di più e sono meno indebitate che in passato – fa da contraltare una vulnerabilità strutturale, legata a storici ritardi in termini di produttività aggregata e alla pressione dei costi energetici. La traiettoria di ripresa, sebbene supportata da una tenuta strutturale di fronte agli shock globali, rischia dunque di rallentare, richiedendo interventi mirati per sciogliere quei nodi che da anni limitano le sue potenzialità più autentiche.




