La manifattura italiana resiste ma è in affanno per i costi dell'energia
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Redazione Economia
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Nonostante un contesto internazionale segnato da persistenti incertezze, la manifattura italiana conferma la sua natura di pilastro portante dell'economia nazionale, un settore che, da solo, genera il 15% della ricchezza prodotta nel Paese, una percentuale che raddoppia – arrivando a toccare quasi un terzo del Pil complessivo – se si considera l'intera filiera e il suo ampio indotto. Questo dato, di per sé significativo, è solo uno dei tasselli che compongono un mosaico di resilienza e di forza, dove gli investimenti del settore rappresentano il 35% del totale, garantendo al contempo i livelli retributivi più elevati del panorama italiano. La sua struttura, che ha dimostrato di saper assorbire gli shock esogeni degli ultimi anni, le permette di mantenere una posizione di rilievo nello scacchiere globale, classificandosi come la seconda potenza industriale in Europa e l'ottava a livello mondiale, un primato che poggia su basi solide ma che non è esente da criticità profonde.
I nodi irrisolti di energia e produttività
A frenare le potenzialità del sistema, come evidenziato dal “Rapporto Industria 2025” di Confindustria, permangono alcune vulnerabilità storiche, su tutte il carico dei costi energetici che, nonostante qualche parziale miglioramento, rimangono ancora superiori di oltre un punto percentuale rispetto alla media del periodo 2018-2019. Questo divario, che grava sulla competitività delle imprese, si somma alla sfida rappresentata dalla doppia transizione, ecologica e digitale, il cui onere finanziario rischia di rallentare quella traiettoria di ripresa che pure si era delineata. La produttività, d'altro canto, costituisce un altro fronte delicato, un elemento che necessita di interventi strutturali per non far disperdere il vantaggio competitivo faticosamente costruito in altri ambiti.
Il sorpasso nell'export su Francia e Germania
Proprio in termini di competitività, l'industria italiana ha saputo mettere a segno una performance di assoluto rilievo, superando i principali concorrenti continentali sul terreno dell'export. Nel decennio compreso tra il 2015 e il 2024, le vendite italiane all'estero hanno registrato una crescita media annua del +2,4%, un dato che lascia indietro, e di molto, l'aumento dell'1,1% della Germania e quello dello 0,8% della Francia. «Non è più una questione di prezzo o di costo del lavoro», ha spiegato Alessandro Fontana, direttore del Centro studi di Confindustria, sottolineando come la chiave del successo risieda in un fattore qualitativo: «sul fronte manifatturiero le nostre imprese conquistano spazi rispetto a quelle di altre economie, perché hanno aumentato la qualità dei prodotti». Un cambio di paradigma che ha permesso di battere la concorrenza non sul ribasso, bensì sul valore aggiunto.
Le prospettive tra solidità finanziaria e rischi incombenti
A questo dinamismo commerciale corrisponde una condizione finanziaria delle imprese più solida rispetto al passato, caratterizzata da maggiori investimenti e da un indebitamento contenuto, elementi che contribuiscono a disegnare un quadro di fiducia e di realismo. Quella che emerge, infatti, è un'immagine lontana dai toni cupi di un declino inarrestabile; è piuttosto la fotografia di un sistema vitale, che produce ed esporta con successo. Tuttavia, questa tenuta strutturale non deve indurre a sottovalutare i rischi, poiché la ripresa del settore manifatturiero potrebbe vedere un pericoloso rallentamento se non verranno affrontate con decisione le sue fragilità endogene, a cominciare dal nodo energetico, in un panorama globale che continua a presentare ombre e incertezze.




