Pamela Genini, la profanazione del Corpo nella tomba di Strozza e l’indagine per vilipendio

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La cronaca di un femminicidio che aveva già segnato la provincia di Bergamo e Milano nell’ottobre del 2025 si è arricchita, lunedì scorso, di un capitolo talmente macabro da sfidare ogni tentativo di razionalizzazione. È stato durante il trasferimento del feretro dal loculo provvisorio – una soluzione temporanea in attesa che fosse pronta la tomba di famiglia – alla sepoltura definitiva nel cimitero di Strozza che gli operatori delle pompe funebri si sono accorti di qualcosa di anomalo. Le viti di chiusura della bara apparivano divelte e, a un esame più attento, emersero tracce di silicone lungo i bordi, indizi inequivocabili di una manomissione avvenuta con cura quasi certosina. Una volta aperto il coperchio alla presenza dei carabinieri, la conferma più agghiacciante: dal corpo della ventinovenne, massacrata dall’ex compagno con oltre trenta coltellate, mancava la testa, sottratta con un gesto che va ben oltre la semplice deturpazione.

Le mosse della procura e il reato contestato

La Procura di Bergamo, coordinata dal procuratore Maurizio Romanelli, ha immediatamente aperto un fascicolo procedurale per cercare di fare luce su quanto accaduto all’interno del camposanto della Valle Imagna. L’ipotesi di reato al momento è duplice: da un lato si configura il vilipendio di cadavere, una fattispecie che tutela il sentimento di pietà e il rispetto dovuto ai defunti; dall’altro, più specificamente, il furto della testa, un’azione prevista dall’articolo 411 del codice penale che, nella sua gravità, prevede una pena che può variare da due a sette anni di reclusione. A rendere ancora più severa la cornice edittale, qualora venissi identificati i responsabili, concorrerebbe l’aggravante specifica della commissione del fatto all’interno di un cimitero, luogo destinato alla sacra custodia dei resti. Gli inquirenti, affidatisi ai carabinieri della compagnia di Zogno e al comando provinciale, stanno ora vagliando ogni elemento, dalla possibile presenza di sistemi di videosorveglianza nelle vicinanze – sebbene le prime informazioni suggeriscano l’assenza di telecamere puntate direttamente sul loculo – a qualsiasi testimonianza che possa ricostruire i movimenti sospetti nelle notti precedenti il lunedì del trasloco.

Il contesto di un femminicidio che non accenna a chiudersi

Quella di Pamela Genini era stata una vicenda giudiziaria già ampiamente dibattuta nelle aule e nelle cronache. L’omicidio risaliva al 14 ottobre 2025, quando l’ex compagno, Gianluca Soncin, di 52 anni, l’aveva raggiunta nell’appartamento di via Iglesias, nel quartiere milanese di Gorla, usando un duplicato delle chiavi ottenuto di nascosto. Le telefonate disperate della ragazza a un amico – in cui manifestava il timore per la presenza dell’uomo – e le grida udite dai vicini non erano bastate a fermare la furia omicida, culminata in un accoltellamento feroce consumatosi sul terrazzo di casa mentre le forze dell’ordine stavano già forzando la porta d’ingresso. Per Soncin, che dopo il delitto inscenò un tentativo di suicidio, era scattato l’arresto con le accuse di omicidio aggravato dalla premeditazione, dalla crudeltà, dai futili motivi e dal vincolo affettivo, oltre che per atti persecutori. Una storia di violenza e sopraffazione, quella tra i due, costellata da segnali di allarme rimasti inascoltati: dall’episodio di Cervia in cui la ragazza subì la frattura di un dito, alle minacce di morte rivolte anche alla sua cagnolina, fino alla lite in casa per la quale aveva chiamato la polizia senza però mai formalizzare una denuncia.

Un’indagine nella quale ogni traccia è un enigma

L’intervento della polizia scientifica sul luogo della profanazione è stato minuzioso, finalizzato a rilevare impronte o tracce biologiche lasciate dai profanatori su un feretro che ora si trova sotto sequestro dell’autorità giudiziaria. La domanda che aleggia tra gli investigatori riguarda il movente: gesto isolato di feticismo macabro, ritualità occulta o, in uno scenario altrettanto inquietante, un ulteriore atto di persecuzione post mortem riconducibile a dinamiche ancora da chiarire?. L’operazione di asportazione della testa, eseguita con precisione tale da richiedere l’utilizzo di arnesi specifici per forzare la bara e rimuovere il silicone con cui era stata richiusa, suggerisce una pianificazione che esclude la spontaneità del vandalismo. Per i familiari della vittima, già provati dall’indicibile dolore della perdita e dalla violenza del femminicidio, l’orrore si rinnova ora nella consapevolezza che nemmeno la sepoltura sembra aver restituito a Pamela Genini quella pace che le era stata strappata in vita. La Procura di Bergamo procede a carico di ignoti, mantenendo il massimo riserbo sugli sviluppi investigativi mentre si attende che gli accertamenti tecnici possano fornire un primo, fondamentale orientamento sulle piste da seguire.

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