Garlasco, il caso Sempio e l’inchiesta nella inchiesta: così l’ombra della corruzione riscrive il delitto

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il delicato meccanismo della giustizia, quando si inceppa su un caso mediatico come l’omicidio di Chiara Poggi, finisce spesso per generare cortocircuiti giudiziari che si dipanano per decenni. È quanto accade oggi a Garlasco, dove il nome di Andrea Sempio – tornato alla ribalta come indagato per il delitto del 2007 – non è più solo legato alle tracce di Dna o alle ricostruzioni cronologiche di quella lontana mattina d’agosto, ma diviene il filo conduttore di una vicenda parallela e forse ancora più oscura: quella di una presunta corruzione che avrebbe avvelenato le prime indagini. A distanza di anni, mentre si scandagliano le intercettazioni mai trascritte e i contatti opachi tra investigatori e indagato, gli atti processuali rivelano un groviglio di denaro, favori e “amicizie” che rischia di riscrivere l’intera geografia di questo cold case.

L’anomalia delle indagini e la “sostanziale inazione”

Se si ripercorrono le carte del 2016-2017 – quel primo fascicolo che vide Sempio indagato e prontamente archiviato – emergono omissioni che i pm di Brescia, nell’odierna inchiesta parallela per corruzione, non esitano a definire un “compendio di errori e orrori” senza apparente spiegazione. L’allora pm, oggi indagato Mario Venditti insieme al padre di Andrea Sempio, avrebbe supervisionato un’inchiesta lampo durata appena quindici giorni di intercettazioni: un lasso di tempo irrisorio per un’accusa di omicidio, durante il quale non venne eseguita una sola perquisizione né fu effettuata una copia forense del cellulare del sospettato.

Ancora più gravi, agli occhi degli inquirenti attuali, risultano le modalità con cui vennero gestiti gli ascolti. Diverse conversazioni cruciali – quelle in cui si parlava esplicitamente di dover “pagare quei signori lì” – non furono mai trascritte negli atti ufficiali; anzi, per anni l’accesso a quegli stessi file audio venne negato alla difesa dell’allora unico condannato, Alberto Stasi. Questa “sostanziale inazione investigativa”, come viene definita nei documenti, fu giustificata dalla pm titolare Giulia Pezzino – che ha lasciato la magistratura nel 2025 – con la volontà di fornire “una risposta celere” alla famiglia Poggi, nonostante la complessità degli accertamenti genetici affidati al perito De Stefano.

La lettera della madre e il “patto” rivelato

Un dettaglio che fa luce sull’humus in cui maturò quella prima archiviazione è custodito in una lettera scritta di pugno da Daniela Ferrari, madre di Andrea Sempio. Era il 16 dicembre 2018 e la donna, ex vigilatrice nel carcere femminile di Voghera, scriveva ad Alberto Stasi – all’epoca già detenuto a Bollate per lo stesso omicidio – rammentando una frase letta anni prima tra le mura del penitenziario: «Con i soldi e l’amicizia lo metti in culo alla giustizia». In quella missiva, che oggi il Corriere della Sera definisce un pilastro dell’accusa, Ferrari lamentava i debiti contratti dalla famiglia per le spese legali, un’affermazione che per i pm di Brescia suona invece come la rivendicazione del metodo usato per scongiurare un processo.

Le indagini della procura bresciana, coordinate dal procuratore aggiunto Stefano Civardi, hanno infatti ricostruito un presunto esborso di denaro ingente. I genitori di Sempio – scrive Civardi nei suoi atti – non appena il figlio finì nel mirino nel 2016 «si è attivato, unitamente al padre, al fine di reperire i soldi per pagare gli investigatori e ottenere una rapida definizione del procedimento». Il denaro, raccolto tra parenti per un totale di almeno 43 mila euro (con un obiettivo dichiarato di 50-60 mila), sarebbe servito a creare una “provvista” destinata a lubrificare l’ingranaggio giudiziario. L’appunto sequestrato nell’agenda di famiglia – «Gip Venditti archivia 20.30» – sembrerebbe la traccia di un’intesa, sebbene la difesa abbia sempre sostenuto che quelle somme servissero semplicemente a pagare gli avvocati Soldani, Grassi e Lovati (i quali, interrogati, hanno ammesso di aver intascato parcelle in nero senza emettere fattura).

Le microspie, le cimici e le “illogicità” dei militari

Nel frastuono dei sospetti di corruzione, emergono anche le voci dei diretti esecutori materiali di quelle investigazioni. Sentito dai pm nel 2025, il luogotenente Silvio Sapone – uno degli artefici della vecchia inchiesta – ha fornito una versione imbarazzante delle sue competenze, dichiarando senza mezzi termini: «Sulle intercettazioni sono un asino». Un’affermazione che stride con la delicatezza del caso e che si aggiunge alle stranezze tecniche emerse durante l’analisi delle attività di pedinamento e microspie.

L’allora maresciallo Giuseppe Spoto, incaricato di notificare gli atti ad Andrea Sempio l’8 febbraio 2017, si trattenne con l’indagato per un’ora e dieci minuti. Il suo compito, come ha poi spiegato ai magistrati, era quello di “fare perdere tempo” a Sempio mentre un tecnico installava una cimice sulla sua auto. Tuttavia, le verifiche successive hanno rivelato una discordanza temporale inquietante: le prove tecniche di quella microspia risultano effettuate alle 01:35 dell’8 febbraio (quindi nel cuore della notte), mentre Spoto sostiene che l’installazione vera e propria sia avvenuta solo alle 16.47, quando lui si trovava con l’indagato. Interrogato sulla contraddizione, Spoto ha insistito sulle tempistiche, ammettendo però di aver scritto erroneamente l’orario nel verbale, forse per coprire un vuoto di memoria o forse, come lascia intendere l’inchiesta, per celare la reale portata dei contatti “off the record” con la famiglia Sempio.

L’ombra della corruzione e il fascicolo “Permanente”

Mentre la Procura di Pavia tenta di stabilire se Andrea Sempio abbia avuto un ruolo nella morte di Chiara Poggi, quella di Brescia scava nel terreno fangoso della presunta compravendita di giustizia. Gli inquirenti hanno scoperto che nell’archivio dei carabinieri era stato aperto un “fascicolo P” (permanente) su Sempio il 25 marzo 2017, pochi giorni dopo l’archiviazione. All’interno di quelle cartelle, in barbia a ogni regola procedurale, è stata rinvenuta una bozza della richiesta di archiviazione con correzioni di mano ignota – una bozza che non avrebbe mai dovuto trovarsi lì – e un biglietto anonimo di dieci righe in cui l’estensore confonde Alberto Stasi con Andrea Sempio, chiamandoli entrambi “Andrea”.

Questa promiscuità tra accusa e difesa, tra atti segreti e appunti rubati, spiega perché l’inchiesta per corruzione sia oggi considerata il pilastro portante per sostenere le nuove accuse di omicidio. Senza la dimostrazione che la prima indagine fu “comprata” o quantomeno pilotata per salvare Sempio, il castello accusatorio crollerebbe. Per questo i magistrati stanno seguendo il flusso del denaro e analizzando le telefonate intercorse tra Sempio e il luogotenente Sapone prima ancora che l’indagato fosse ufficialmente a conoscenza del procedimento a suo carico. In una di quelle conversazioni, intercettata di recente, Sempio stesso commenta ironicamente quei contatti con i militari: «Secondo me era proprio lui che mi chiamava perché qua è lui quando mi ha proposto la roba...». La “roba”, secondo l’accusa, sarebbe stata proprio l’accordo per uscire pulito dall’incastro giudiziario, un affare che ha trasformato un caso di cronaca nera in una lezione di malaffare nazionale.

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