L'Oms accusa Israele: "A Gaza si muore di fame, una catastrofe prevenibile"
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Redazione Esteri
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Il direttore generale dell'Organizzazione mondiale della sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha lanciato un accorato e severo appello dalle sede di Ginevra, esortando Israele a porre fine a quella che ha definito senza mezzi termini una "catastrofe" umanitaria. Secondo i dati forniti dall'agenzia Onu, almeno 370 persone hanno perso la vita per cause direttamente riconducibili alla malnutrizione dall’inizio del conflitto, un numero che – è il monito – è destinato a crescere in maniera esponenziale se non verranno immediatamente rimosse le restrizioni agli aiuti. "Si tratta di una catastrofe che Israele avrebbe potuto prevenire e che potrebbe fermare in qualsiasi momento", ha dichiarato Tedros ai giornalisti, sottolineando con fermezza come "la fame della popolazione di Gaza non renderà Israele più sicuro, né faciliterà il rilascio degli ostaggi".
Questa drammatica presa di posizione dell'Oms non giunge isolata, ma si inserisce in un coro di allarmi sempre più pressanti. L’UNICEF, attraverso le parole della sua responsabile della comunicazione per il Medio Oriente e il Nord Africa, Tess Ingram, ha infatti avvertito che "l’impensabile" è ormai una realtà concreta, specialmente nella città di Gaza. Dopo nove giorni trascorsi sul campo, Ingram ha descritto la città come “un luogo dove l’infanzia non può sopravvivere”, con scorte di cibo e medicine ridotte al lumicino e le poche strutture sanitarie ancora operative nel mirino delle operazioni militari.
Proprio il destino dei più piccoli rappresenta la cifra più tragica di questo conflitto, come riportato da testimonianze che parlano di una generazione la cui psiche è stata irrimediabilmente segnata. Francesco Vilotta, scrittore e filosofo, ha riportato le agghiaccianti parole di bambini che, stremati dal dolore e dalla perdita, esprimono il desiderio di morire per "andare in paradiso" e "essere finalmente felici", o per "raggiungere mamma e papà". Sono dichiarazioni che dipingono un orrore inenarrabile, quello di un’infanzia a cui è stato brutalmente negato ogni diritto e ogni speranza.




