Domenico e quel buco nell’orario del trapianto: Oppido accusato di falso

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Sono dodici minuti, forse qualcosa di più, a rappresentare ora il cuore pulsante di una nuova, grave fase dell’inchiesta sulla morte del piccolo Domenico Caliendo. La Procura di Napoli, diretta da Nicola Gratteri, ha compiuto un passo significativo nell’approfondimento giudiziario, ipotizzando il reato di falso ideologico a carico del primario di Cardiochirurgia pediatrica del Monaldi, Guido Oppido, e della sua vice, la dottoressa Emma Bergonzoni. Ai due medici, già iscritti nel registro degli indagati per omicidio colposo in concorso, viene contestata una presunta alterazione della documentazione clinica relativa al tragico intervento del 23 dicembre, quando un cuore giunto da Bolzano, irrimediabilmente danneggiato dal contatto con il ghiaccio secco, venne trapiantato nel Corpo del bambino di due anni. La questione, come spesso accade in queste complesse vicende giudiziarie, si gioca tutta sulla sequenza temporale degli eventi, su quei minuti che separano la vita da un esito diverso e che, nella ricostruzione accusatoria, sarebbero stati oggetto di una manipolazione volta a far coincidere ciò che coincidente non era.

Il nucleo centrale della contestazione ruota attorno al momento in cui sarebbe stata avviata la procedura di espianto del cuore malato di Domenico, un passaggio cruciale e irreversibile che prende il nome di clampaggio aortico. Secondo le indagini coordinate dal pm Giuseppe Tittaferrante e dall'aggiunto Antonio Ricci, coadiuvati dai carabinieri del Nas, quell'intervento sarebbe stato iniziato con un anticipo di circa dodici minuti rispetto all'arrivo in sala operatoria del nuovo organo, proveniente dall'Alto Adige e trasportato all'interno di un contenitore termico. La testimonianza della madre del bambino, Patrizia Mercolino, ascoltata per la prima volta in Procura, ha assunto un rilievo centrale in questo frangente: la donna, con la precisione di chi in quei frangenti ha gli occhi incollati alle lancette dell'orologio mentre aspetta notizie del figlio, ha riferito di aver appreso da un infermiere, intorno alle 14 e 30, che l'équipe di prelievo era giunta a destinazione. Un orario, questo, che stride con quello che sarebbe stato successivamente indicato nella cartella clinica per l'inizio della procedura di asportazione del cuore nativo del piccolo, procedura che, se effettivamente partita prima della disponibilità e del controllo dell'organo sano, avrebbe lasciato Domenico in una condizione di estremo e prolungato rischio, con il torace vuoto in attesa di un cuore che forse era già compromesso.

Il racconto della perfusionista e il diverbio in sala

A gettare ulteriore luce su quei concitati momenti e a sostenere l'ipotesi accusatoria è la versione fornita da alcuni membri del personale sanitario presenti in sala operatoria quel pomeriggio. In particolare, le dichiarazioni di Virginia Terracciano, un'infermiera perfusionista, dipingono un quadro di tensioni e discrepanze emerse già nelle settimane successive all'intervento. La professionista ha riferito agli inquirenti di un acceso diverbio avvenuto il 10 febbraio con il primario Oppido, il quale, insospettito dagli orari annotati nella cartella della circolazione extrarea, avrebbe contestato la sua versione dei fatti. La risposta dell'infermiera, riportata negli atti, è di una chiarezza sconcertante: “Tu hai clampato alle 14.18, quando il cuore era fuori dall'ospedale”. Una frase che, se confermata, sposterebbe l'inizio della procedura critica ben prima che l'organo donato varcasse i cancelli del nosocomio napoletano, figuriamoci prima che venisse aperto e ispezionato. La reazione del chirurgo, a cui vengono attribuiti un gesto d'ira, un calcio a un termosifone, e una frase di stizza nei confronti del personale (“Vedi con che gente di m... ho a che fare?”), viene letta dagli investigatori come un sintomo della consapevolezza di uno scostamento temporale difficilmente giustificabile.

L’esame dei cellulari e la ricerca della verità materiale

La Procura, nel tentativo di ancorare la ricostruzione a prove il più possibile oggettive e superare il confine talvolta labile delle testimonianze orali, ha deciso di puntare su un elemento digitale. È stato posto sotto sequestro il telefono cellulare di un’altra infermiera perfusionista, Giuseppina Ferrillo, la quale, secondo quanto emerso, avrebbe ripreso con il proprio dispositivo alcune fasi dell'intervento o dell'arrivo dell'organo. La ragazza, come riferito da una collega, era in “trepidante attesa” per riprendere l'arrivo del nuovo cuore, un gesto che, seppur di dubbia appropriatezza in un ambiente sterile e protetto, potrebbe ora trasformarsi in una prova decisiva. La data del 26 marzo è stata fissata per il conferimento dell'incarico ai tecnici che dovranno eseguire la copia forense del dispositivo, nella speranza di recuperare video e fotografie, anche se cancellati, in grado di fissare con precisione l'orario in cui il famigerato box contenente il cuore congelato fece ingresso in sala operatoria. Un confronto tra l'ora di quelle immagini e quelle relative all'espianto del cuore di Domenico, che potrebbero essere impresse nella memoria del telefono, fornirebbe la risposta definitiva sulla sequenza degli eventi, rendendo superflua ogni altra speculazione.

La posizione dei medici e la richiesta di interdizione

La reazione del mondo sanitario e, in particolare, dei legali del primario Oppido non si è fatta attendere. Gli avvocati Vittorio Manes e Alfredo Sorge hanno parlato di “ipotesi di reato insussistenti”, sostenendo che la ricostruzione accusatoria si baserebbe non su riscontri oggettivi e documentali, ma sui “ricordi” di alcuni componenti del personale presente in sala, la cui attendibilità andrebbe verificata. Per la dottoressa Bergonzoni, difesa dall'avvocato Vincenzo Maiello, analoga è la posizione di difesa. Entrambi i medici dovranno comparire il 31 marzo dinanzi al giudice per le indagini preliminari, in un interrogatorio preventivo rispetto alla richiesta di misura interdittiva avanzata dalla Procura. I pm, ritenendo grave il quadro indiziario, hanno chiesto la sospensione dalla professione per i due chirurghi, una misura cautelare che il giudice valuterà proprio sulla base degli elementi raccolti e delle difese che verranno opposte. Nel frattempo, l'Azienda ospedaliera dei Colli, da cui dipende il Monaldi, ha già provveduto alla sospensione amministrativa del primario, in attesa che la magistratura faccia il suo corso, mentre il caso giudiziario continua ad ampliarsi, intrecciando gli errori materiali della conservazione dell'organo con le più gravi e consapevoli ipotesi di manipolazione documentale.

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